Mostre

Dove

Il mondo di Stelio Mattioni

Mostra documentaria Biblioteca statale Stelio Crise 10 marzo-30 maggio

Inaugurazione 10 marzo 2026

orari di apertura: lunedì-venerdì: 8.30-18.30

a cura di Claudia Morgan

 

 

I documenti esposti dell'Archivio di Stelio Mattioni (1921-1997) sono stati messi a disposizione dall'Archivio di Stato di Trieste, dalla Biblioteca Statale Stelio Crise di Trieste e dalla famiglia Mattioni.

 

Ne I quaderni dell'Archivio n. 30 intitolato Dove : Il mondo di Stelio Mattioni (1921-1997) sono editi testi che approfondiscono lo studio sull'opera, la personalità, la formazione dello scrittore, presentando aspetti sinora sconosciuti. E a cura della figlia Chiara Mattioni è descritta l'importante scoperta di duecento poesie inedite.

 

 

Stelio Mattioni, Dove

Milano : Spirali, 1984

La dedica ms sul frontespizio:

Al caro amico Stelio Crise l'esuberante di ieri l'appartato di oggi

Stelio Mattioni  

2.1.84

In particolare evidenza il libro che ha suggerito l'intitolazione della mostra

 

 

 

Ritratti

 

 

 

Annamaria Kozmann

Ritratto di Mattioni datato 1972

 

 

 

 

Stelio Mattioni visto da Renzo Sciutto: caricaturista, illustratore e sceneggiatore. 

 

 

 

Copertina del periodico Il mosaico italiano febbraio 2024

Stelio Mattioni. Uno scrittore "che non somiglia a nessuno"

Un breve reportage della presentazione

 

 In primo piano: 

Elvio Guagnini, coordinatore scientifico, con Chiara Mattioni.

 

Inizio della presentazione, a ds:

Gianni Cimador curatore della mostra,

Francesca Richetti direttrice della Biblioteca statale        Stelio Crise,

Antonietta Colombatti direttrice dell'Archivio di stato di Trieste.

Sullo sfondo (in giallo) Waultraud Fisher curatrice dell'esposizione dei documenti.

 

 

 

Chiara Mattioni legge il testo della madre Maria non  presente.

Accanto a lei Francesca Richetti e Antonietta Colombatti.

Una carellata di immagini della sala espositiva

I temi delle vetrine

1. L'infanzia 2. Il soldato. Il matrimonio. 3. Il lavoro. Le prime poesie. 4. Il rapporto con Bobi Bazlen. 5. Pubblicazioni Adelphi. 6 La storia di Umberto Saba- Primo Levi. 7. Pubblicazioni anni ottanta. 8 Dattiloscritti con correzioni. Testi inediti. 9. Collaborazioni a volumi e periodici. Mattioni e le arti figurative. 11. La critica. 12 Edizioni postume e ristampe

Curiosando qua e là

Ritratti di Stelio Mattioni

 

 

Stelio Mattioni bambino vestito alla marinara, 1927 ca.

 

 

Stelio Mattioni allievo ufficiale ottobre 1941

Mattioni fumatore

 

 

Mattioni nella Libreria Saba con Carletto Cerne

Una sperimentazione

Sul Corriere dei piccoli del 13 gennaio 1977 viene edito di Stelio Mattioni Un racconto di fantascienza intitolato Anno 2077.

Vanna Vinci, Il richiamo di Alma. Dal romanzo di Stelio Mattioni. Milano, Edizioni Bao, 2014

Testo e disegni di Vanna Vinci

 

La corrispondenza

 

 

Caro Mattioni 11 marzo 51

 

 

lo so che è un po' difficile trovarmi a casa, perché sono sempre in giro per l'Italia. Mi dispiace. Ti avrei rivisto volentieri. A Trieste vengo molto poco, e sempre di corsa o per lavoro. Sebbene abbia ancora casa a Monfalcone. Ricordo benisimo che eri interessato a Saba, e mi scrivesti anche a Parigi sull'argomento. Che dirti? Ti vedrò volentieri, ripeto, ma devo onestamente aggiungere che lavoro anch'io a una biografia di Saba e non so allora come potrei esserti utile. In ogni caso sono a tua disposizione. Questa lettera mi offre il piacere di dire che ti leggo con molto interesse e molta gioia, perché in uno stagno di scrittori artisticamante commerciali, di confini artefatti, e anche in campo nazionale, tu sei assieme a Magris un punto di verità, uno scrittore spesso ostico, ma necessario. Dalle prime tue poesie (frutto di discussioni anche becere da parte mia) il raccolto è stato generoso e vitale.

 

Cordialmente tuo Miniussi

 

via Due Macelli 31 Roma

 

 

  

 

 

10 dicembre 1956

 

 

Caro Mattioni

 le scrivo (magari in fretta) dal momento che mi sarà difficile vederla prima del prossimo anno. I due martedì della signora Pittoni “saltano”. Queste sei poesie che ho letto sono la testimonianza acuta non solo d'una ricerca, ma denunciano inoltre un possesso più immediato, del suo mondo morale. E se da un lato aprono una possibilità, dall'altro risentono di certe voci: Montale (di cui le ho parlato) e vedi, Sbarbaro, di Pianissimo. Non so se lei lo conosce, ma trovo che di suo nelle sei poesie ci sia il tono “dichiarativo” che gli è proprio. Queste liriche che idealmente accolgo con il titolo di “La pena di doversi conoscere” hanno una misura completa nel loro tono sincero, sebbene qua e là rientra in possibili sforzature, debolette di voce, mete proprio da quel “parlato” che non sempre si trasforma in canto, - tanto castigato naturalmente. È la pena di esistere, la pena di conoscersi, il centro di questo gruppo. Purtroppo, - e questo glielo dico non stilisticamente - manca proprio il “digiuno della speranza”.

 

 

 

Da parte mia, per quel che può valere il mio giudizio, sono contento di poterle certificare la mia fiducia e di poterle dire questo: oggi, con queste poesie lei ha raggiunto un nuovo stadio. È di già poesia consapevole, poesia naturale. Stia attento alle letture agli echi. E accolga i miei auguri per le prossime feste.

Sergio Miniussi

  

Se vuol scrivere in merito a questa mia paginetta

SM – Corso 58 – Monfalcone (Gorizia)

Se viene a trovarmi, sarò felice. Mi scriva

 

Sergio Miniussi

 

 

 

Lettera a Magris 5 aprile 1980 [minuta]

 Caro Magris,

 Carlo Ulcigrai mi ha fatto leggere la lettera che mi riguarda. È una onesta testimonianza diretta dello scrupolo e dell'impegno che mette in tutto quello che fa e che sono riscontrabili nei testi. Mi fa piacere che lei apprezzi la mia discrezione, ritrosia e riservatezza, anche se non avevo dubbi che così fosse perché, in questo senso, credo che lei non si comporti gran ché diverso. Chiedere col rischio di mettere in difficoltà e poi magari protestare - e a torto - perché non si ottiene quello che si vuole (come accade a tanti che scrivono) è ben lontano dalla mia mentalità.  

Tuttavia l'iniziativa di Ulcigrai, appoggiata con grandi speranze, a quanto ne so, da quel gentiluomo di Foa, - col quale sempre col senso di cui sopra, potremmo formare un terzetto - e fu una occasione mancata oltre che perduta coi libri precedenti. 

Sono veramente contento di sentirmi definire da un saggista del suo valore un narratore di notevole statura, certamente tra i migliori scrittori italiani di oggi - e non è la prima volta che me lo sento dire - ma nessuno mai si è impegnato sul serio a dimostrarlo, aprendo la strada agli altri e questo - mi lascia molto perplesso -. 

Per concludere: un'altra neraviglia ... come mai, pur essendo stati pubblicati da case editrici come Einaudi ed Adelphi fin dal primo libro, uscito 18 anni fa, case editrici che lei certamente apprezza, ha incominciato a leggermi solo l'anno scorso? Quali resistenze ha dovuto superare? Glielo chiedo per pura curiosità, tutta umana. 

Molto cordialmente

                                                                      suo

 5 aprile 1980 

Recensioni alle opere

2018

 Stelio Mattioni, l'inedito personaggio nato adulto e (ri)educato dal sistema

 Di sé con gli altri

 In Il Piccolo  [non firmato]

 9 novembre 2018

 

Quando esce un libro inedito di Stelio Mattioni è un piccolo evento. A vent'anni dalla morte, i suoi romanzi continuano a intrigare e catturare molti lettori per l'originalità e la forza simbolica. L'autore triestino è stato capace di raccontare la seconda parte del Novecento attraverso storie visionarie, dalle atmosfere di fiaba per adulti, ma fortemente puntuali e ricche di osservazioni e sottili messe a fuoco della nostra società. Spesso è stata Trieste lo scenario dei suoi libri come in un altro inedito, "Dolodi", uscito nel 2010 per Zandonai, in cui una coppia di trasferisce sull'altipiano in una casa su cui aleggia una minaccia incombente, o come nel celeberrimo "Il richiamo di Alma" (Adelphi, 1980) che Vanna Vinci ha adattato a fumetti e illustrato nel 2013 per il nostro giornale.

Invece nel romanzo che arriva adesso in libreria, Di sé con gli altri (Vydia Editore), inedito del 1996, l'ambientazione è volutamente anonima e oscura. Il protagonista, l'io narrante, è un uomo che non conserva memoria del proprio passato e che viene al mondo, inspiegabilmente, già adulto fatto: si sveglia in una sorta di fattoria e attraverso gli scuri delle finestre si affaccia all'esterno. Non sa come si chiama e il suo primo contatto umano è con Annina, una donna soprannominata "la matta". 

Quest'uomo che non ha un'identità, che ignora tutto, addirittura Dio, va identificato, istruito, educato. Nella città di A. in cui si trova gli viene dapprima imposto un nome, Giorgio Di Giorgio, e poi è una guardia a prendersi carico di lui. Affinché impari tutto ciò che afferma di non conoscere, gli vengono assegnati degli insegnanti d'ufficio: il maestro, il sindaco, il prete, ognuno dei quali ha i suoi modi più o meno determinati ed efficaci, ma tutti gli si rivolgono con frasi enigmatiche che lui spesso non comprende. Tra le altre cose, cominciano a parlargli del Capo, figura avvolta nel mistero, la cui segretaria gli illustra la piramide del potere.

Il protagonista è una spugna «che non sa in che modo servirsi di quello che ha assorbito» ma che, malgrado ciò, viene agevolato da Lui tanto da essere assoldato dal Partito per tenere una serie di comizi...

Mattioni allestisce una trama che si avviluppa fin dall'inizio intorno al protagonista e tutt'intorno aleggia un'aria da congiura con le città di provincia che sembrano complottare contro la capitale anche se, alla fine, in provincia risulta regnare una maggiore libertà tra le persone. Si tratta probabilmente del romanzo più politico dell'autore triestino anche se i contorni della vicenda sono fortemente metaforici e la storia, fin dalle prime pagine, trasuda quel tono fantastico che è un punto di forza della narrativa di Mattioni. Forte l'approfondimento psicologico del personaggio e avvincente l'impasto generale fatto di realistico e di surreale.

  

... Di sé con gli altri è un testo con protagonista un uomo che non sa da dove venga

 Claudio Magris

 In Corriere della sera

7 settembre 2018

 

 ... Di sé con gli altri è l’affresco oscuro e in parte cancellato di un’assurdità e di una reificazione che, anni dopo la morte di Mattioni, sono divenute ancora di più la nostra condizione, la nostra stagione se non all’inferno — come dice il titolo di un capolavoro di Rimbaud — in un limbo agitato e fremente, in un mondo che illude di offrire tutto a tutti, non dà a nessuno il suo ed esalta la libertà, degli individui e dei popoli, distruggendone contemporaneamente le premesse e la possibilità. Di sé con gli altri è certo impari ai maggiori libri di Mattioni quali Il re ne comanda una (Adelphi, 1968) o Il richiamo di Alma (Adelphi, 1980), in cui il nesso di invenzione grottesca e lucidità geometrica crea un mistero che avvolge dimore e giardini enigmatici all’interno di case opache e banali o in stanze di rifiuti, creando spazi immensi in luoghi angusti e ristretti come camere d’affitto. 

Il protagonista è un uomo — all’inizio un bambino — che non si sa (né lo sa lui stesso) da dove provenga e chi sia o se abbia o possa avere un nome. Fa venire in mente Kaspar Hauser, il ragazzo di cui narrano la vecchia tradizione e la vecchia ballata popolare tedesca, comparso d’improvviso dal nulla in una cittadina. Una figura del niente originario, di assoluta solitudine e incompatibilità con la vita e con la società; figura ripresa da alcuni grandi autori tedeschi. Ricevuto un nome e un cognome ripetibili a piacere e cresciuto, il ragazzo e poi uomo entra nelle spire e nelle gerarchie di un Partito onnipotente e mai veramente visibile, come il suo capo - «Lui» - cui egli assomiglia e cui dovrebbe subentrare, obbediente a un meccanismo che lo rende schiavo quanto più lo innalza. Un Partito dogmaticamente uno ma spaccato in due e anch’esso impotente. Il bambino venuto dal nulla finisce in un altro nulla. 

Il libro è anche una favola sulla dittatura; non ferrea e feroce come quella di Orwell, bensì opaca e approssimata come quella in cui viviamo oggi, il cui spietato dominio è certo più morbido ma anche più efficiente, nella sua apparente elasticità, delle sanguinose dittature classiche di un tempo. 

Mattioni è stato spesso definito - anche da me - «kafkiano», ma la sua surrealtà ha poco a che vedere con Kafka e si inserisce piuttosto in quella tradizione fantastica, puntigliosamente descrittiva e sottolineata di Kubin e di altri, inclini - a differenza di Kafka - a spiegare la realtà oscura piuttosto che a farla vivere nella sua nuda oggettività. Ma il suo libro parla veramente, come dice il titolo, di sé con gli altri. Un rapporto catastrofico, oggi più che mai, nell’universo del link.

 

 Di sé con gli altri

 Nicola Vacca

 1 novembre 2018

  

Di Stelio Mattioni si erano perse le tracce. Uno scrittore nato e vissuto in quel ricco e fervido ambiente triestino novecentesco che con i suoi grandi personaggi è stato il crocevia della cultura mitteleuropea. 

Come narratore venne scoperto da Roberto Bazlen che lo portò in Adelphi. Con i suoi primi cinque romanzi, lo scrittore triestino riesce a imporsi all’attenzione della critica. Figlio di quel grande ambiente triestino, Mattioni con la sua scrittura si fa subito notare e i suoi romanzi vengono apprezzati dai lettori. «La lettura dei romanzi di Mattioni – scrive Chiara Mattioni – è l’ingombro della coscienza. Una specie di catalogo del “rifiuto” che sembra serpeggiare in ogni vita». 

La sua scrittura è rarefatta, magnificamente centrata a scavare nel quotidiano e nel suo malessere dove si incontra una realtà incapace di mutare. Mattioni è uno scrittore che merita attenzione. Da tempo i suoi libri sono fuori catalogo. Personalmente mi sono imbattuto nella sua opera scoprendo alcuni romanzi su una bancarella. Rimasi subito folgorato dalla sua scrittura intensa e essenziale. Stelio Mattioni amava scrivere per sottrazione. Sulla pagina, come solo i grandi scrittori sanno fare, ci metteva il necessario con tutta la sua intensità suggestiva. Come è capitato a altri importanti scrittori del secolo scorso, anche per Stelio Mattioni si sono aperte le porte dell’oblio.

 

Di sé con gli altri. La grottesca carriera di un uomo senza identità 

Alessandro Mezzena Lona

9 novembre 2018

In Arcane storie

 … “il penultimo romanzo, scritto l’anno prima della scomparsa e rimasto finora inedito, si rivela ancora più sorprendente perché, pur dichiarando subito la sua parentela stretta con le opere precedenti dello scrittore triestino, regala inquietudini e suggestioni del tutto originali. Intitolato Di sé con gli altri, esce adesso per Vydia editore. 

È necessario dire subito che il protagonista del romanzo, un uomo senza nome e senza identità, che verrà ribattezzato Giorgio Di Giorgio tanto per regolare la sua posizione agli occhi della società, arriva al centro della storia come l’epifania di un altrove. Senza memoria, privo di un passato da raccontare, sprovvisto di qualsivoglia mezzo di sostentamento, incapace perfino di capire molti passaggi del linguaggio corrente e di comunicare i suoi pensieri, trova in Annina una sorta di incubatrice volontaria. Un guardiano della soglia pronto a traghettarlo nel cuore di quel mondo da cui lei stessa è esclusa. Perché è donna, in più deforme nel corpo, turbata nella mente, capro espiatorio prefetto su cui deviare tutte le nefandezze che si manifestano nella vita di ogni giorno...” 

2019

Il re ne comanda una

 Andrea Rényi

In Flaneri 6 aprile 2019

Dopo più di mezzo secolo dalla prima edizione di Adelphi, la casa editrice romana Cliquot ha ridato alle stampe l'opera dello scrittore triestino Stelio Mattioni, scoperto e molto apprezzato da un altro grande triestino, il critico letterario e consulente editoriale Bobi Bazlen. Il romanzo era fra i cinque finalisti del Premio Campiello nel 1969. 

“Uno scrittore che mi pare del tutto eccezionale. Non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di grande forza, ed è misterioso sul serio, senza nessuna compiacenza fumistica” scriveva di lui Italo Calvino a Elio Vittorini, e questo romanzo ne è testimone con la sua trama che sconfina nel surreale, con protagonisti improbabili che però vestono caratteristiche comuni e verosimili, con la sua ambientazione collocata con tanto di indirizzo al centro storico di Trieste, ma allo stesso tempo avulsa dalla realtà e atemporale. Una pièce teatrale, una favola pirandelliana precisa nei dettagli, vivida e inquietante. 

Una giovane donna semianalfabeta, oppressa dal matrimonio con un ubriacone e dai debiti che questi ha contratto, si presenta con le sue due figlie alla porta del creditore di suo marito in cerca di una nuova vita che non può che cominciare con il riscatto dei debiti. La casa del creditore si rivela un microcosmo autonomo e completamente isolato dal mondo, comandato da Lui, il creditore. 

Ognuno ha un ruolo in quel mondo a parte che comprende un laboratorio che produce qualcosa di misterioso, un giardino che si rivela una giungla, e un harem che Lui domina con complesse regole erotiche. La figlia più piccola sarà presto risucchiata dal padre che assedia, ubriaco, la casa, per riprendersi le sue donne. La figlia più grande, accomodante e lasciva, si inserisce invece nell’ingranaggio, mentre la madre combatte per ricavarsi un ruolo dignitoso, ma soccombe, e anche quando le si offre la libertà sceglie il mondo chiuso.

Il Sessantotto era anche ribellione femminista e Mattioni si rivela un attento osservatore della condizione...  

2020

Stelio Mattioni e la sua Trieste onirica: Il richiamo di Alma

In La Bora

21 dicembre 2020

... Tra semplicità e segreto, tra mistero e amore, tutta la narrazione, fantasmatica ed evocativa, ruota attorno alla figura di questa donna, Alma.
La «figura bianca» di una ragazza in piedi sulla balaustrata di una grande scala di pietra: è la prima apparizione di Alma, il suo primo «richiamo», fra i molti che attraverseranno poi la vita di un uomo da lei perennemente attratto e insieme incapace di afferrarla o di decifrare il significato di quel richiamo. Importantissima e molto suggestiva in questo libro è la geografia delle strade di Trieste, che seguono i percorsi della mente e dell’anima, il perdersi nel labirinto per inseguire le apparizioni di questa donna, che è una visione sfuggente.

Calvino scrisse di lui sul “Menabò”: «uno scrittore che mi pare del tutto eccezionale. Non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di grande forza, ed è misterioso sul serio, senza nessuna compiacenza fumistica». Il fantastico e il grottesco si mescolano nelle sue opere, e da molti venne considerato a tutti gli effetti uno scrittore di letteratura fantastica e messo sulla scia di Buzzati e anche di Pirandello per alcuni meccanismi in alcune sue opere.

 

2021

Stelio Mattioni e la Trieste magica di cui nessuno parla più

di Giulia Ciarapica

23 febbraio 2021

In Il foglio

A cento anni dalla nascita, la casa editrice Cliquot ripropone Il richiamo di Alma. 

“Qualche tempo fa ho azzardato un sondaggio, fissata come sono con gli scrittori dimenticati, chiedendo ai lettori quale fosse lo scrittore che consideravano più sottovalutato, per non dire caduto nell’oblio, del Novecento italiano. Hanno nominato Cassola, Morselli, Deledda, Masino. Giusto, sì. Ma nessuno – e dico nessuno – che abbia preso in considerazione quel triestino d’impronta svevian-kafkiana che fu Stelio Mattioni, un genio dell’oltremondo, investigatore della spiritualità non religiosa, scrittore della vita moderna, genuflessa alla logica della consequenzialità nella quale d’improvviso irrompe l’eterno, l’inatteso, l’indeterminato: “misterioso sul serio” lo definì Calvino.”

   

Stelio Mattioni. Lo scrittore che fu la voce letteraria di Trieste

di Nicolò Lucarelli

6 luglio 2021

In Artribune

Fra le voci più originali ma meno conosciute della letteratura giuliana del Novecento, romanziere e favolista allo stesso tempo, con uno stile unico e inconfondibile, Stelio Mattioni ha narrato il microcosmo triestino elevandolo a specchio delle bizzarrie psicologiche e delle sofferenze interiori dell’umanità. Lo ricordiamo a 100 anni dalla nascita.

 Scrittore-impiegato, nella tradizione mitteleuropea di Italo Svevo e Franz Kafka, come loro legato a una visione impersonale e spettrale della realtà che rispecchia la crisi spirituale a cavallo fra le due guerre, è stato fra gli esponenti più originali della letteratura triestina del Novecento, attento osservatore della società e della condizione femminile. Sono le donne, infatti, i personaggi più intensi e commoventi dei suoi romanzi, quelli che, a partire dagli Anni Sessanta, dimostrano una maggiore forza morale, anche se non sfuggono al loro destino di tragiche eroine. Mattioni non fu un semplice osservatore sociale, per lui la scrittura fu la risposta all’urgenza di spiegare l’oppressiva oscurità della realtà moderna. E lo fece in maniera così innovativa da indurre Italo Calvino a definirlo, sulle pagine del Menabò di letteratura, “uno scrittore che mi pare del tutto eccezionale. Non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di grande forza”.
Quella forza la riversò nel raccontare la sottile, struggente bellezza della lotta contro il grigiore quotidiano, dell’evasione mentale come strumento di non omologazione.

 

Stelio Mattioni e le vie oniriche di Trieste

di Gianni Montieri

6 novembre 2021

In Il manifesto

 Il richiamo di Alma, un romanzo riedito da Cliquot. Il mondo del fantastico nello sfondo novecentesco di una città amata. C’è una linea sottile nella scrittura di Stelio Mattioni, una sorta di confine immaginario che ondeggia tra finzione e realtà. Una striscia che potremmo definire del verosimile e, forse, dicendo così indovineremmo, ma non del tutto, non sempre. È molto più misteriosa l’opera dello scrittore triestino, è più profondo il solco che lo avvicina al mondo del fantastico, più affascinante e interessante. 

Mattioni è italiano, ma se dovessimo pensare a vicinanze, somiglianze, guarderemmo alla letteratura sudamericana, a quella argentina in particolare, a qualcosa di Borges, a suggestioni vicine ai racconti di Silvina Ocampo. A rendere le sue storie indefinibili, più vicine al regno dell’incomprensibile che al movimento del quotidiano, è anche la città di Trieste, una delle più affascinanti e sfuggenti d’Italia. Trieste è bellissima e il suo fascino deve parecchio alla sensazione di impermanenza che sparge tra i vicoli, i saliscendi, le piazze, "non restava che ambientare la mia storia in luoghi realmente esistenti". La città potrebbe sparire da un momento all’altro, e, di conseguenza, potrebbe essere inghiottito qualunque viaggiatore che la stia visitando. 

Stelio Mattioni è uno scrittore importante del secondo Novecento, eppure non è abbastanza conosciuto. Ha pubblicato poesie, racconti, romanzi, saggi, è andato due volte in finale al Premio Campiello, nel 1968 con Il re ne comanda una (ripubblicato da Cliquot nel 2019) e nel 1980 con Il richiamo di Alma che la stessa Cliquot ha rieditato di recente. Mattioni forse è poco noto perché sfugge alle facili definizioni, perché ciò che ha scritto non è così comodo da catalogare, non si può mettere da nessuna parte, conviene leggerlo e restarne ammirati...

 

Il richiamo di Alma di Stelio Mattioni e la vita che non basta

9 novembre 2021
In Billy
... Chi è Alma? È una donna reale quella che il giovane studente cercherà di rintracciare in giro per la città, incontrandola e perdendola di vista più volte, fino a renderlo incredulo delle sue stesse esperienze? Oppure è un richiamo onirico della sua identità più profonda e del suo desiderio di vita mai vissuta che irrompe nella banale esistenza quotidiana? Tutto questo e altro ancora, probabilmente. Il protagonista-narratore, infatti, inizia il racconto dicendo a se stesso, e al lettore, che la pretesa di non aver avuto dalla vita quello che ci meritavamo è un nonsenso: la vita è. Noi non possiamo chiedere nulla perché poco abbiamo da dare alla commedia umana a cui partecipiamo...

 

 

2022

 

 Stelio Mattioni la messa in scena della realtà

di Alessandro Mezzena Lona

in Doppiozero 10 Agosto 2022

Recensione del romanzo Chicchessia

  

Quando Mattioni decise di scrivere Chicchessia non ebbe alcun ripensamento a battezzare S. [Seveso] il paese al centro del suo romanzo breve. Svelando nel testo, in modo esplicito, gli evidenti riferimenti alla tragedia del 1976: “Tempo addietro, dopo anni di lotta l’amministrazione comunale era riuscita a farsi mettere una fabbrica, per procurare un reddito continuativo ai propri contadini, sempre nell’incerto di fronte al padreterno per quanto riguardava i raccolti, ma non era passato tanto tempo che… beh, da quella fabbrica s’era sprigionata una nube che aveva seminato la possibile morte su una zona di parecchi ettari, dove tra l’altro sorgeva la nostra casa”. 

Scritto di sicuro sul finire degli anni Settanta, rimasto inedito tra le carte dello scrittore per quasi mezzo secolo, Chicchessia trova adesso degna pubblicazione nell’elegante collana Bootleg della casa editrice Acquario. 

Il divenire di Mattioni scrittore ricalca le orme di altri grandi autori che, per guadagnarsi da vivere, si occupavano di affari assai più prosaici. Entrato giovanissimo come impiegato alla raffineria Aquila di Trieste, subito dopo aver conseguito il diploma all’Istituto Magistrale, Mattioni ha continuato a lavorare in quell’importante realtà industriale per tutta la vita. Pur senza mai smettere di scrivere e di sognare che anche lui, un giorno, sarebbe riuscito a pubblicare qualcosa. E mentre cercava la sua ispirazione più profonda, raccontava di avere attraversato diverse stagioni. Di avere battuto molteplici vie: prima con le poesie di La città perduta, pubblicate da Schwarz nel 1956; poi con i racconti di Il sosia, usciti per Einaudi nel 1962; infine con i romanzi, a partire da Il re ne comanda una, edito da Adelphi. A ogni cambio di genere letterario corrispondeva una nuova marca di sigarette, assaporata con implacabile furore. 

Rimane da segnalare una curiosità per i bibliofili. L’edizione Acquario del romanzo Chicchessia è impreziosita, subito dopo la pagina del titolo, da un disegno inedito di Bazlen, morto a Milano il 27 luglio del 1965. Quasi a voler riannodare, dopo moltissimi anni, il filo dell’amicizia che ha portato l’inafferrabile Bobi a far valicare a Mattioni il confine che separa il sogno di diventare uno scrittore dalla realtà di essere parte della storia della letteratura italiana.

 

2025

Stelio Mattioni e il sosia 

di Giancarlo Calciolari

In Transfinito 22 novembre 2025

Recensione del romanzo Il Sosia

 

Il Sosia, il senza nome avrà anche un nome, Giorgio Di Giorgio, ma glielo appioppa Annina, la “matta” del paese che lo accoglie provvisoriamente, che è già giunto nel mezzo del cammin della sua vita. Giorgio è l’ognuno, è il sosia universale. Ognuno potrebbe esserlo. “La storia è una metafora della condizione umana”, scrive Maria Mattioni nella postfazione. Non c’è chi non possa essere questionato dal romanzo di Stelio Mattioni. Anche gli insegnanti di Giorgio, a partire da Annina, sono come lui fatti fugacemente, non solo come i burocrati di Franz Kafka. 

Certo, è come dirigente d’azienda che Stelio Mattioni lavora e elabora la vita a Trieste. Oltre il passaggio dagli uomini illustri ai miserabili di Victor Hugo, oltre l’agrimensore e i suoi aiutanti di Kafka, oltre il sosia e il giocatore di Dostoevskij, l’umano di Mattioni ha perso il nome, la memoria, molto di più dell’infanzia: le parole e le cose. Nonché le città, le nazioni, i capipopolo… 

Nel romanzo non c’è nessuna semiologia del sé e nemmeno degli altri. Il bandolo della matassa è composto di fili errabondi, annodati in modi indistricabili. Ciascuna frase è in bilico fra l’esistenza e l’inesistenza, anche di sé con gli altri. Entrambi partecipano al privilegio del potere, sebbene il profitto sia ideale, fantasmatico. Ma Giorgio Di Giorgio (nome del nome: presunzione incredibile, inimmaginabile) è l’unico candidato al posto dell’autarca, che nulla esclude sia artefatto come lo stesso unico candidato. 

E la storia è un palinsesto di molti strati: a ciascuno di leggere quel che gli spetta! La “teoria” del potere, che potremmo astrarre dalle vicende del Partito che “salva” l’uomo di nessun colore, è ancora più intensa e forte di quelle di Orwell o di Canetti o di Freud. 

 

2026

  

Uno fra tanti? Il sosia di Stelio Mattioni

di Alfredo Ronci

In Il paradiso degli orchi. A. 22 [in rete]

 

Nel 1962 (26 aprile 1962) esce Il sosia dello scrittore esordiente Stelio Mattioni. La domanda, pertinente soprattutto ai giorni nostri, è questa: che fare di un libro come questo dal momento che l’anno di uscita è anche tra i più “corposi” e interessanti della nostra letteratura? In libreria, tanto per fare qualche nome, vi si trovava Il maestro di Vigevano di Lucio Mastronardi, Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani, Gli inganni di Sandro De Feo, La vita agra di Luciano Bianciardi, Memoriale di Paolo Volponi, e per non farci mancare nulla, anche il Premio Strega Mario Tobino con Il clandestino (tralasciamo altri nomi, che noi abbiamo già trattato nella nostra rubrica, per non fare torto a quelli che si consideravano più “in alto”). 

Ora di fronte ad una schiera di siffatto prestigio, dove possiamo mettere Stelio Mattioni? Qualcuno, trattandolo, anche giustamente, come scrittore di classe l’ha inserito però nella schiera degli autori triestini (che sì ha una sua valenza, ma certamente lo riduce ancor di più), altri, ma non faccio nomi per non aizzare lo sdegno (il mio no?) in una parentesi legata ai primi anni sessanta della letteratura, nemmeno lo citano (e sinceramente non ne capisco il motivo). 

Dunque, davvero dove inserire il Mattioni? Nella Storia generale della letteratura italiana a cura di Nino Borsellino e Walter Pedullà si legge: Mattioni si propone all’attenzione nel 1962 con i racconti del Sosia, ospitati non casualmente da Einaudi, dato che l’attenzione dell’editore di Saba verso Quarantotti Gambini, l’Anonimo Triestino e Mattioni stesso risulta un segno indicativo di stima critica ma anche di accettazione di un certo stereotipo triestino. 

Il sosia, come già detto da qualcuno, pur raccontando un mondo triestino piccolo-borghese si trasforma, quasi per incanto, in un’anticamera dell’assurdo. Protagonista è appunto un impiegato che non ama molto le donne. Che però è costretto ad averne una e la sceglie sul filobus che ogni mattina lo porta in ufficio. In questa situazione un po’ curiosa ci si mettono anche i colleghi di lavoro e il suo principale che asseriscono di averlo visto appunto insieme ad una donna non meglio identificata. 

L’assurdo ruota appunto intorno a questa vicenda “inventata” che il nostro impiegato non smentisce per non sembrare appunto isolato dalle donne. Mattioni, bisogna dire, trasfigura questo suo universo triestino … di bora e d’intemperie attraverso una evocazione minuziosa di cucine e finestre e squallidi interni piccoloborghesi e fermate dell’autobus e uffici pieni di scaffalature e cancellate di magazzini in una sorta di labirinto kafkiano.
Tutto bene, tutto preciso, ma ancora una volta bisogna dire che certi giudizi si adattano al primo racconto, che potremmo anche definirlo un piccolo capolavoro, mentre per il resto, cioè per gli altri quattro racconti, ci si adatta ad uno schema del tutto definito.
La cosa che buffa è che l’ultimo racconto, e precisamente Cinque lune, pur ritornando sul tema della vita di un impiegato, pur raccontando di una esistenza al limite del dramma, si posiziona su un ripiano tutto sommato realista, senza affrontando il tema dell’assurdo, ma non per questo privo di interesse e di partecipazione.


MOSTRA

Japan corpi memorie visioni

Magazzino delle idee 14 febbraio-7 giugno 2026

Pretesti per un confronto a cura di Claudia Morgan

 

Japan una mostra organizzata dall'Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia (Erpac) curata da Guido Comis, Filippo Maggia e Simona Cossu, con la grafica di Bruno Muren che ci trasporta nella realtà del Giappone di oggi in cui si presentano 16 fotografi giapponesi, tra cui Asakai Yoko, Kawauchi Rinko, Sugimoto Hiroshi e Yokota Daisuke, tre generazioni di artisti incentrata su tre temi Corpi Memorie Visioni non presentati a compartimenti stagni, come è stato precisato, ma in un coerente/incoerente percorso.

Da sottolineare quanto è stato precisato nel giorno dell'inaugurazione il 14 febbraio 2026. Ogni artista espone opere create appositamente (foto su carta, video) per questa mostra e per la sorpresa del pubblico erano presenti tre artisti le due fotografe Ryoko Suzuki, Aya Momose e Tokihiro Sato scultore che brevemente hanno parlato delle proprie fotografie e sculture.

 

Una mostra che mi ha richiamato alla memoria fotografie che avevo scoperto nei depositi della Fototeca dei Civici Musei di storia ed arte, aiutata dai miei collaboratori Adriana Casertano e Elisa Vecchione nel lontano 2013  e che ci ha permesso di esplorare percorsi ed esperienze di fotografi ben lontani dalla nostra realtà cittadina, ma che a suo tempo ha dimostrato d'essere importante per individuare passioni ed esplorazioni riservati all'epoca a pochi fortunati.

Di alcune immagini fotografiche prodotte da fotografi europei un'interessante collezione è stata acquisita dalla Fototeca grazie alla donazione di Maria Piacere di cui diamo alcuni esempi. 

Primo a farsi conoscere è Wilhelm Burger (1844-1920) fotografo e pittore attivo a Vienna all'indirizzo 1. Stadt Am Hof n. 3. 

Apprende la fotografia dallo zio, Andreas von Ettingshausen (1796-1878), fisico, chimico e fotografo dilettante. Accompagna con il suo assistente Michael Moser la spedizione diplomatico-commerciale austriaca nel lontano Oriente

dal 1869 al 1870. Il 18 ottobre 1868 la fregata Danubio e la corvetta Erzherzog Friedrich salpano da Trieste e toccano i porti di Ragusa, Messina, Algeri, Gibilterra, Tangeri e Tenerife; il 20 dicembre passano l'equatore e il 23 gennaio 1869 approdano a Città del Capo dove si fermano per 23 giorni, proseguendo poi per Giava, Singapore e Bangkog.

Sono ospiti del re del Siam per un mese, visitano quindi Saigon, Hong Kong e Shangai, raggiungono il Giappone il 31 agosto e Yohokama il 2 ottobre.  

Le due navi ripartono il due novembre, ma Michael Moser rimane in Giappone per più di 7 anni. In Giappone ha lo studio a Nagasaki con Hikoma Ueno e con Renjo Shimooka in Yokohama. In francese si firma G. Burger, traducendo il nome in Guillaume. Dopo la spedizione nel lontano Oriente, partecipa alla spedizione austro-ungarica al Polo Nord (1872-1874), e a delle spedizioni in Samotracia (1876) e in Asia Minore (1881).

Come risulta dai suoi cartoncini nel 1872 è insignito della medaglia d'oro a Mosca e a Vienna nel 1873. 

Attività: Vienna in 1. Stadt Am Hof n. 3 dal 1860. Nagasaki presso lo studio fotografico di Hikoma Ueno da agosto- settembre 1869 a marzo 1870 e a Yokohama presso lo studio fotografico di Renjo Shimooka Vienna dal 1874 al 1920.

Fonti: http://www.baxleystamps.com/litho/meiji/burger_sv.shtml

http://naosite.lb.nagasaki-u.ac.jp/dspace/bitstream/10069/23370/1/OldPhotoStudy3_72.pdf

http://www.bildarchivaustria.at [per visualizzare inediti positivi del porto di Trieste e del Castello di Miramare nel 1868] 

 

 

 CMSA_F_026001.jpg

 Ein Jaconin mit dienern = A Yakonin with his servant = Un Yaconin et ses domestiques, [Nagasaki], [1869-1870]

carte de visite

Sul r del positivo: Japan 298

Inv. F26001 

Legato Maria Piacere 1940.03.01 

 

A soddisfare la curiosità sugli aspetti di questa produzione si propone un'interessante panoramica curata da Adriana Casertano intitolata Cartoline dal Giappone, nata dagli studi sull'interessante collezione donata da Maria Piacere alla Fototeca dei Civici Musei di storia ed Arte.


Finalità di questo sito

Attorno al tema "Grande Trieste" oggetto di una mostra realizzata dalle istituzioni culturali civiche nel 2015 si è creato un gruppo di studiosi di storia della fotografia che si propongono, senza alcuno scopo di lucro, di utilizzare correttamente la rete per la promozione e valorizzazione del patrimonio di immagini storiche della città di Trieste e della Venezia Giulia, e in particolare di divulgare le ricerche condotte in occasione della mostra 1891-1914 La Grande Trieste, ma anche prima e dopo. 

Uno spazio informativo  è dedicato all'attualità, a  eventi, scoperte, pubblicazioni, legati alla storia della fotografia in Friuli Venezia Giulia.

Le finalità di questo sito sono scientifiche, didattiche e divulgative. Non ha scopo commerciale e non presenta banner pubblicitari di alcun genere. Le immagini  inserite sono in parte opera degli autori del sito  e in parte ricavate da archivi fotografici pubblici e privati. Vengono pubblicate a bassa risoluzione e, coerentemente con le finalità del sito, per scopi esclusivamente culturali ed educativi, nel rispetto del comma 1-bis dell’articolo 70 della legge n. 633 del 22 aprile 1941, “Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”. Tuttavia, qualora la loro pubblicazione violasse specifici diritti di autore, si prega di comunicarlo per la relativa rimozione.

Chi riprende anche in modo parziale qualsiasi contenuto redazionale è tenuto a citare e linkare la fonte lagrandetrieste.it e a citare e linkare la pagina dalla quale i contenuti sono stati tratti.


contatti: compilate il modello presente in questo sito o scrivete a: [email protected]