Pasquale Revoltella: i ritratti fotografici negli Album della famiglia Sartorio

a cura di Claudia Morgan

 

La collocazione

Le carte de visite di Revoltella sono a tutt'oggi custodite in un prezioso album della famiglia Sartorio (nella foto a sinistra Villa Sartorio ora museo). In particolare siamo a conoscenza dei rapporti tra Giovanni Guglielmo Sartorio e Pasquale Revoltella grazie alle memorie biografiche del primo 1 che lo annovera tra i suoi amici e, soprattutto, sodale nei tanti affari che li portano in giro per l'Europa. Nel luglio del 1832 sono insieme a Marsiglia e a Tolone, nel 1833 il viaggio d'affari si ripete per entrambi nelle stesse città e Giovanni Guglielmo ricorda pure una visita alla miniera di Hallein presso Salisburgo che è oggetto di divertenti memorie condivise.

Nel 1848 si recano a Vienna in deputazione con Elio Morpurgo per rendere “omaggio di fedeltà” alla corona. Nel 1851 Giovanni Sartorio si compiace di nominare il suo incontro con Daguerre quindi poco prima della morte del grande scopritore avvenuta a Parigi il 10 luglio e rivela il suo rapporto con i ritratti fotografici che recano grande conforto a chi è perennemente in viaggio, lontano dai propri cari. Nulla trapela da parte di Revoltella, il suo archivio non è stato trovato e poche sono le fotografie che appartengono alla sua collezione, non i suoi ritratti fotografici.

Ma osserviamo il contenitore che ha svolto la preziosa funzione di conservare rare fotografie. L'album è un magnifico volume rilegato in pelle con impresso sulla coperta anteriore il marchio C. Girardet, timbro a secco che si presenta anche su ogni bustina contenente le carte de visite. Il nome è quello dell'illustre rilegatore viennese, forse discendente da un ramo dei Girardet tutti incisori, disegnatori, litografi originari dal cantone di Neuchâtel, attivo nella seconda metà dell'Ottocento, a cui si rivolgevano le migliori famiglie nobili e borghesi austriache. È chiuso da due importanti fermagli in ottone perfettamente conservati, sul bottone decorativo troviamo inciso "C. G. KK Aussl. Patent". Le carte in cartoncino robusto hanno il taglio dorato, sono in totale 39 e sono precedute da due carte preliminari, solo dalla c. 25 sino alla 39 presentano incollate le bustine per le carte de visite.

Le prime carte [c. 1-7] iniziano la sfilata dei protagonisti. Apre l'album Elisabetta di Baviera imperatrice d'Austria, Sissi (1837-1898) in uno dei celebri ritratti di Ludwig Angerer eseguito probabilmente nel 1860, in un grande formato. In successione si presentano sei ritratti in formato ovale di Anna Sartorio bambina, l'ultima discendente diretta della famiglia, Giuseppina Fontana anziana, madre di Carolina Sartorio (1836-1907), Pietro Sartorio, il fratello di Giovanni Guglielmo, Alberto Sartorio, fratello di Carolina, Enrico Ritter de Zahony. Per una maggiore comprensione si definiscono le relazioni parentali tra questi personaggi, esclusa l'imperatrice, si tratta della coppia Giuseppina Fontana e Pietro Sartorio, il loro figlio Alberto, la nipote Anna Sartorio, il marito di Angiolina Sartorio Enrico Ritter de Zahony.

Le c. 8-24 sono vuote, mente le successive [ c. 25-35] comprendono carte de visite che in parte mantengono i "legami di parentela" più stretti, le ultime [dalla 36 alla 39] presentano una carrellata di personalità triestine e non, tra cui riconosciamo solo Pasquale Revoltella. L'elenco dei nomi dei fotografi ci permette di capire a chi si rivolgessero i personaggi ritratti, studi che ebbero fama negli anni 1852-1890 in varie città, per Trieste si elencano gli studi famosi di Wilhelm Engel (13 ritratti), Francesco Benque (2 ritratti), Giuseppe Malovich (2 ritratti), Giuseppe Rota (1 ritratto), Guglielmo Sebastianutti (2 ritratti), Augusto Tominz (2 ritratti). Il già nominato Ludwig Angerer (33 ritratti) a Vienna si accompagna ad altri nomi che godono di una certa fama, l'Atelier Adele in realtà Adele Perlmutter, lo studio di Johann Baptist von Lakenbacher, di Carl Mahlknecht (8 ritratti), di Adolf Ost sia da solo che in società Ost & Neumann. A Venezia molto frequentato è lo studio di Antonio Sorgato, pittore per tradizione di famiglia, dagherrotipista e poi richiesto ritrattista (9 ritratti), quello dei Fratelli Vianelli, a Milano si afferma Alessandro Duroni, Leonida Pagliano, a Torino Luigi Montabone, nella vicina Gorizia l'alta borghesia si affollava nello studio di FerdinandoTroester.

1 Giovanni Guglielmo Sartorio, Memorie biografiche. Trieste  : Tipografia del Lloyd austriaco, 1863. 324 p. ; 24 cm.

 

Nadar

Pasquale Revoltella, 1863 ca.

positivo : albumina ; carte de visite

Sul v del supporto secondario: Photographie du grand hotel Nadar. 35 Boulevart [sic]des Capucines
Archivio Sartorio. Album 1: ritratti dei componenti la famiglia, c. 33, 7

Un positivo è conservato nell'Album Sartorio, la copia è dono di Oscar Ravasini 1936.06.06 alla Fototeca.

Inv. CMSA S2572, F15781 copia

 

Pasquale Revoltella probabilmente si è fatto ritrarre dal famoso Nadar durante un suo soggiorno a Parigi in una data non accertabile con sicurezza. Un suo viaggio testimoniato nel 1858 nella grande metropoli è legato al suo impegno e ruolo per trattare con Ferdinand de Lesseps la partecipazione triestina alla Compagnie Universelle du Canal de Suez, ma non può essere l'anno ascrivibile alla carte de visite, in quanto il logo indica lo studio in Boulevard des Capucines inaugurato solo nel 1860 dal grande fotografo.

Nadar anche in questo ritratto, come per tanti altri, utilizza il fondo neutro, liscio, composto di semplice tela, privo di dettagli ed accessori.

La sua tecnica è riconoscibile: illumina il soggetto con la luce artificiale, modulata con quella naturale che filtra attraverso tende di colore bianco o grigio, ottenendo morbidi passaggi di tono; tutto ciò, allo scopo di far emergere unicamente il personaggio, i suoi atteggiamenti, le sue espressioni. Puro volto, pura esibizione della facies, pura fotografia.

Ma gli scatti di Nadar, caratterizzati da un semplice schema compositivo dell’immagine, da un’intensa espressività e da una cura massima dei dettagli nella loro semplicità formale, perdono parte della loro genuinità con l’avvento della carte de visite. Nadar si adegua alle nuove esigenze del mercato fotografico, introducendo nella sua produzione il nuovo formato e l’uso del ritocco, fino a quel momento non accettato assieme all’idea di fotografia artistica, inconciliabile con quella di fotografia pura. Capisce per primo la modernità, l’autonomia dell'atto fotografico: "Si dice che la fotografia dà ragione ai maestri della pittura. Si può anche dire che dà ragione a se stessa".

Se analizziamo il ritratto di Revoltella non riusciamo a nascondere la delusione, l'uomo di prestigio ha un'espressione vuota, il taglio è la mezza figura, ripreso di tre quarti sembra guardare nel vuoto alla sua destra, con parte del viso in una confusa penombra, oggi si direbbe in un loop chiuso e penalizzante, non a proprio agio, serissimo, - non siamo ancora all'obbligo del sorriso - disinvoltamente appoggiato al solito supporto che caratterizza molti altri ritratti eseguiti nello studio. Gli occhi sembrano oscurati, privi di vita, mentre i difetti fisici emergono con evidenza, le grandi orecchie e il naso lungo, la pelle stanca, la pettinatura ricercata non sottolinea l'importanza del finanziere e l'abito non presenta alcun particolare ornamento. L'attenzione è catturata dalla mano abbandonata, una mano segnata dal tempo, dal lavoro, che ora appare inerte.

La routine della borghesia vanitosa si ripete, infatti la carte de visite verrà custodita nell'album di una famiglia amica, assieme a tante altre da esibire nei momenti intimi o di incontri sociali. Un cartellino pieno di potenza mediatica da esibire nelle ricche dimore.

 

Il gigante Nadar (1820-1910)

Il gigante Nadar (1820-1910) alias Gaspard-Félix Tournachon

 

Nato a Parigi, 6 aprile 1820 morto a Parigi, 21 marzo 1910.

Il padre Victor (1771-1837) è un tipografo, vive con Thérèse Maillet (1794- 860), che sposerà solo nel 1826 dopo la nascita nel 1825 del secondo figlio, Adrien, entrambi sono di origine lionese. Nel 1818 Victor apre una libreria-tipografia a Parigi in rue de Savoie n. 6, ma il successo gli arride per poco tempo. Verso la fine degli anni Venti dell'Ottocento il padre ha difficoltà finanziarie per cui la famiglia, si ritrasferisce a Lione nel 1836, dove il padre muore, malato e in rovina l'anno dopo. Dal 1837 Félix è il capofamiglia, responsabile della madre, che manterrà per tutta la vita, e del fratello, con cui avrà un rapporto conflittuale per l'uso del proprio nome d'arte.

A Lione intraprende gli studi di medicina e collabora a piccoli giornali locali, ma nel 1839 Félix abbandona gli studi, rientra a Parigi intraprendendo la sua multiforme carriera, per dedicarsi al giornalismo e diventare disegnatore, caricaturista, aeronauta, infine fotografo e grande scrittore con una capacità ironica di riuscire a raccontare con leggerezza una serie di vicissitudini personali e storiche notevole. Queste sue diverse facce sono la prova della sua incapacità d'annoiarsi e della sua vorace curiosità. Definisce la sua dote migliore è quella di farsi tanti amici, perché ogni persona che conosce rappresenta una miniera di possibili curiosità, chi conosce infatti sono i grandi francesi, gli intellettuali dell'epoca come si vedrà percorrendo la sua biografia.

Frequenta giovani artisti che formano un gruppo nominato La Bohème e che tra di loro usano un gergo particolare e si divertono ad aggiungere la desinenza -dare ad ogni nome. Così Tournachon diventa Tournadare e per abbreviazione nasce lo pseudonimo Nadar.

Nel 1839 Nadar con Alfred Francy crea il settimanale Le livre d'or al quale collaborano celebri scrittori, Dumas, Balzac, Gautier, Nerval, Vigny e artisti come Daumier, Grandville e Gavarni. Ma al nono numero il periodico dichiara bancarotta.

Nel 1842 lavora con vari ruoli per il periodico repubblicano Commerce che uscirà sino al 1845, di fatto è lo stenografo dei dibattiti parlamentari e segretario di redazione. Nel 1845 conosce Theodore de Banville e Charles Baudelaire, quest'ultimo l'amico di una vita e pubblica il suo unico romanzo con il suo nome, La Robe de Déjanire. Nel 1846 diventa caricaturista e i suoi disegni compaiono sulle riviste Le Corsaire-Satan, La Silhouette, Le Voleur, Le Charivari.

Nel 1848 partecipa a un corpo di spedizione per liberare la Polonia dai Russi, gli viene affidato il compito di sorvegliare i movimenti delle truppe russe sul confine polacco, il suo ruolo è in realtà di  agente segreto, ma durerà solo pochi mesi.

Repubblicano e tifoso della rivoluzione del '48, tornato a Parigi combatte la sua particolare sfida politica e sociale con articoli e racconti, disegna caricature e vignette graffianti, che firma con lo pseudonimo, per i giornali satirici come Revue comique à l'usage des gens sérieux, Le Tintamarre, le Journal pour Rire. Abbandona il disegno e la penna, usa la matita litografica e crea il personaggio Mossieu Réac. Nel 1849 va a Londra centro internazionale della caricatura, ha ormai una notevole fama nel campo e per rispondere a tutte le richieste della sua “fabbrica di disegni” ingaggia molti disegnatori, anche il fratello Adrien, per realizzare le sue idee. Molto probabilmente per supporto ai disegni usa già la fotografia, ma non ha molta fortuna negli affari e nel 1850 viene incarcerato a Clichy per debiti.

L'infaticabile energia che lo domina gli fa produrre per il Journal pour Rire una serie di ritratti di contemporanei famosi con testi umoristici, dal titolo La Lanterne magique. L'amplificazione del progetto lo induce a produrre il Panthéon des gloires contemporaines, un migliaio di ritratti di personaggi, le élite intellettuali di Parigi, considerati come una schiera di amici, pittori, scrittori, incisori, miniaturisti, scultori, pensatori, musicisti, disposti ad anfiteatro su quattro litografie di

grande formato (104x75 cm). Esce però solo la prima tavola perché l'archivio unico nel suo genere,  lo riduce sul lastrico, pur rendendolo famoso e Nadar sospende l'impresa.

Nadar Pantheon, 1854 litografia

 

Nadar sarà soprattutto conosciuto come il pioniere della fotografia, l'Omero della fotografia. Nel 1848 solo 13 fotografi svolgono la propria attività a Parigi. L'anno decisivo è il 1854. Spinge il fratello a frequentare lo studio di Gustave Le Gray ed egli stesso chiede a Camille d'Arnaud, editore della più importante rivista d'arte del tempo, L'Artiste, diventato fotografo, di insegnargli i rudimenti della fotocamera. Nell'aprile del 1854 apre in rue Saint-Lazare n. 113 il suo primo studio di fotografo, all'ultimo piano che gode di una buona luce naturale, ha già appreso tutti i rudimenti, sa trattare le lastre di vetro per i negativi e si appresta a diventare un fotografo affermato, tra i 350 attivi nel 1855. L'11 settembre 1854 si sposa con Ernestine-Constance Lefèvre, diciottenne, appartenente alla borghesia protestante, e nel 1856 nasce l'unico figlio, Paul.

Nel 1857 intenta un processo nei confronti del fratello per rivendicare la proprietà esclusiva dello pseudonimo Nadar. La contesa avviene per la serie dei ritratti, scattati nel 1854, del mimo Charles Debureau vestito da Pierrot che vince la medaglia d'oro all'Esposizione universale di Parigi del 1855, serie attribuita erroneamente al fratello Adrien che si avvale dello stesso pseudonimo con l'appellativo le jeune (il giovane).

Pierrot photograph, 1854-1855

 

Da1 1856 è proprietario e direttore della Société de photographie artistique, portraits, reproductions, stereoscopes, portraits après décès. Nel 1857 realizza la sua prima ascensione in pallone con Louis Godard e nel 1858 scatta le prime fotografie aeree della storia, riprese da 80 metri sopra la zona del Petit-Bicêtre; sperimenta inoltre l'impiego della luce artificiale in fotografia, usando diverse fonti luminose e schermi bianchi e specchi per ottenere giochi di luce. Grazie alle sue immagini vellutate si vede attribuire il titolo di Tiziano della fotografia. Nel 1861 deposita un brevetto per la fotografia realizzata con la luce artificiale che lo porterà qualche anno più tardi a realizzare foto delle catacombe e delle fogne di Parigi (1865).

Dal 1860 la sua firma illuminata dalle luci a gas brilla sulla facciata dipinta di rosso dell'edificio in Boulevard des Capucines n. 35, dove prima avevano lo studio Le Gray e i fratelli Bisson. La sua firma è dipinta da un modesto pittore d'insegne, Antoine Lumière, padre di Louis e Auguste Lumière, i futuri padri dell'industria cinematografica. Ormai il suo studio è così noto che i parigini metonomicamente lo indicano sito in Boulevard Nadar.

L'atelier Nadar in rue des Capucines al n. 35, 1860 ca.

 

Nel 1863, Nadar fa costruire a Louis e Jules Godard un enorme pallone di 6000 m3 ad aria calda battezzato Le Géant (Il gigante), alto 45 metri, 12 volte più grande di un pallone normale, dotato di una navicella a due piani arredata di un letto, un lavabo, una camera oscura e l'occorrente per stampare, in grado di trasportare 34 persone. La prima ascensione avviene il 4 ottobre 1863, alle 17, in Champ-de-Mars, sulla navicella salgono tredici passeggeri paganti ciascuno 1000 franchi, sono presenti allo spettacolo ben 2000 persone. Il pallone arriva a Meaux, distante 10 chilometri da Parigi, nella notte.

La seconda ascensione avviene il 18 ottobre 1863, presente l'imperatore Napoleone III. Il pallone con a bordo nove passeggeri tra cui i fratelli Godard che lo pilotano e i coniugi Nadar, viaggia per 600 chilometri e vola per 18 ore. L'arrivo questa volta è più problematico, l'atterraggio ad Hannover è ostacolato da una tempesta che trascina il pallone per 16 chilometri: Nadar si frattura le gambe, la moglie subirà lo schiacciamento del torace. Ma il successo è assicurato a livello europeo. Nadar descriverà l'esperienza in Á terre et en l'air. Mémoires du Geant nel 1864 e l'amico Jules Verne immortala l'impresa nel romanzo Cinq semaines en ballon (Cinque settimane in pallone) edito nello stesso 1863.

l fallimento di Le Géant convince Nadar che il futuro dell'aeronautica appartiene ai mezzi più pesanti dell'aria e istituisce un'associazione per la loro promozione, nella quale riveste la carica di presidente e l'amico Jules Verne di segretario. Ispira il personaggio di Michel Ardan, il nome anagrammato lo rivela, protagonista del romanzo proto fantascientifico De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes (Dalla Terra alla Luna) di Verne pubblicato nel 1865.

Le difficoltà finanziarie continuano ad opprimerlo, nel 1867 vende Le Géant.

 

Nel 1870 durante la guerra franco-prussiana fonda con Jules Duruof e Camille Legrand la Compagnie d'Aérostiers che costruisce palloni militari usati per sorvegliare il nemico, compiere rilievi cartografici e trasportare la posta. Le due fabbriche insediate nelle stazioni ferroviarie, a la Gare de Lyon e la Gare du Nord, producono in totale 70 diversi palloni dal 23 settembre 1870 al 28 gennaio 1871. Il record è raggiunto dai palloni nel trasporto della posta: consegnano 2,5 milioni di lettere per un totale di 11 tonnellate. Siamo di fronte al primo servizio di posta aerea.

 

Ma Nadar è sul lastrico e riprende la sua attività di fotografo. Il suo terzo studio nel 1871 è in Rue d'Anjou n. 51. Propone un nuovo formato fotografico e nuovi prezzi, introduce il ritocco, delega il processo di ripresa e stampa, adotta la regola dell'industria: dare di più per molto meno. Personaggi illustri entrano nel suo studio e nel suo archivio, da Thiers a Cremieux, Victor Hugo nel suo letto di morte nel 1885, una serie infinita di attrici. La sua abilità nel ritrarre le persone è dominata da un metodo basato sulle sue capacità seduttive: parla con il soggetto che si presenta nel suo studio, sa intrattenerlo, lo mette a suo agio, il viso è sempre al centro, lo sguardo pure è al centro in macchina, così da renderne la pensosità come avviene per il ritratto di Sara Berhnard. Il mondo femminile è osservato da lui con ironia, fotografa le donne che ossequiano la moda in pose e atteggiamenti che le dissacrano, nutre una curiosità morbosa per gli aspetti pornografici – famoso è il ritratto di un ermafrodita - , ma sa essere anche molto tenero come nei ritratti della moglie Ernestine già anziana e malata.

Fondamentali sono pure gli ornamenti (le cravatte, i foulard), la posizione delle mani, il fondale. La ritrattistica del Novecento deve molto al suo ritratto psicologico. Non si può dimenticare che il ritratto è il punto di forza dei pittori, e Nadar ha ottimi rapporti con i pittori, infatti nel suo studio di Boulevard des Capucines a Parigi, il 15 aprile del 1874, ospita la primissima mostra collettiva dei pittori impressionisti, gruppo che si presenta ufficialmente come Societé Anonyme e contribuisce alla nascita della loro fama. Claude Monet partecipa alla mostra con 9 opere, tra cui il quadro Boulevard des Capucines che diventa il simbolo dell'esposizione. Il totale delle opere esposte è 165, incontriamo oltre a Claude Monet anche gli artisti che fecero la storia del movimento: Paul Cezanne, Edgar Degas, Giuseppe De Nittis, Jean-Baptiste-Armand Guillaumin, Berthe Morisot, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir e Alfred Sisley, solo Edouard Manet si astiene, il suo intento è di proporsi direttamente al Salon, l’esposizione ufficiale dell’Ecole.

Lo studio diventa un luogo d'incontro e un'impresa commerciale.

Claude Monet, Boulevard des Capucines, 1873

 

Nel 1886 il figlio Paul lavora assieme a Félix nello stesso studio e insieme realizzano il primo reportage giornalistico e fotografico che viene pubblicato su Le Journal Illustré. L'intervista fotografica è rivolta allo scienziato Michel Chevreul in occasione del suo centesimo compleanno; le fotografie sono realizzate da Paul, il quale registra anche le battute del dialogo con un fonofono.

La N rossa ha lunga vita nell'azienda, è il figlio Paul a gestirla negli anni Ottanta. Nel 1900 l'editore Flammarion pubblica la sua raccolta di saggi ed articoli Quand'j'etais photographe, opera in cui raccoglie i suoi cinquant'anni di ricordi e riflessioni sulla fotografia. Nel saggio Le primitif de la photographie (I primitivi della fotografia) dedica ampio spazio a Eugene Disderi di cui riporta un surreale aneddoto del 1859: Napoleone 3. attraversa Boulevard des Italiens al comando delle sue truppe in partenza per l'Italia, davanti allo studio di Disderi, lascia le truppe ad attendere, si ferma per farsi fotografare.

Nel 1896 si trasferisce a Marsiglia e nel 1900, nell'ambito dell'Esposizione universale di Parigi, viene organizzata una grande retrospettiva delle sue opere.
Muore nel 1910 e viene sepolto nel Cimitero di Pere Lachaise a Parigi.

 

 

Bibliografia:
G. Fiorentino, L'Ottocento fatto immagine, p. 58-75

Félix Nadar. Una vita da gigante, a cura di Michel Christolhomme ; traduzione di Maria Baiocchi. Roma : Contrasto, 2017. 236 p. : ill. ; 23 cm.

Félix Nadar in “RadioTre del 6 luglio 2017”. Intervista ad Alessandra Mauro dell'agenzia, casa editrice Contrasto sul volume Félix Nadar. Una vita da gigante, a cura di Michel Christolhomme ; traduzione di Maria Baiocchi.

Adam Begley, The Great Nadar. The Man behind the Camera. 1. ed. New York : Tim Duggan Books, 2017. e-book.
<www.it.wikipedia.org/wiki/nadar> ultima consultazione 2009.10.22
<
http://www.artericerca.com/Fotografia/Nadar%20-%20Michele%20Catania.htm> 

Wilhelm Engel (1824-1891)

Pasquale Revoltella, Trieste 1863

positivo : albumina ; carte de visite

Sul v del supporto secondario: Photographie von W. Engel Triest Via dei Forni Nr. 892

Archivio Sartorio. Album 1: ritratti dei componenti la famiglia, c. 33, 5 e Album 4: ritratti di amici e conoscenti, c. 19, 2 copia

Inv. CMSA S2570, S3055 copia, F14679 copia

 

Engel ha un grande successo in città, il suo studio è molto frequentato e i suoi ritratti grandemente richiesti. Gli album della famiglia Sartorio ne annoverano molti con il suo logo, parenti ed amici, conoscenti, artisti, tutti passano nel suo studio che garantisce come spiega Italo Zannier “un maggior rigore tecnico, una precisione di dettagli e un'accuratezza nel trattamento di laboratorio e di finitura... recanti l'impronta della scuola tedesca e austriaca” (p. 1859). Farsi ritrarre da Engel è una moda tra quelli che contano, superando anche le difficoltà che possono creare una barriera, infatti non parla bene la lingua italiana, ma probabilmente sono i suoi collaboratori a mettere a proprio agio la clientela e a far scegliere le pose mostrando le possibili scelte.

Pasquale Revoltella ritratto dal maestro Engel, serissimo, quasi imbronciato, guarda dritto davanti a sé. L'ambientazione è quella tipica di uno studio fotografico: il solito tappeto, la poltrona in stile con la consolle su cui poggia il cappello a cilindro, i tendaggi che creano un movimento di luce e ombra. L'uomo pur in una posa rilassata ed elegante non sembra a proprio agio, stringe le labbra. L'atmosfera è fredda e lo isola sul fondale neutro.

Un confronto con il ritratto di Giovanni Guglielmo Sartorio eseguito nello stesso studio fotografico e negli stessi anni evidenzia un atteggiamento più rilassato, il prestigioso personaggio è abituato a mettersi in posa, sceglie di appoggiare la guancia alla mano e a guardare frontalmente l'operatore senza alcun timore, quasi corrucciato.

 

 

 

 

Wilhelm Engel (1824-1891)

Giovanni Guglielmo Sartorio, Trieste 1861 ca.

positivo : collodio ; carte de visite

La data si ricava dall'età dell'effigiato e dall'attività dello studio.

Archivio Sartorio. Album 1: ritratti dei componenti la famiglia, c. 26, 4

Inv. CMSA S2507

 

 

 

Wilhelm Engel (1824-1891)

 alias Guglielmo Federico Engel ; Photographie von W. Engel ; Wilhelm Friedrich Engel

 

Nato a Fulda nel 1824 morto a Graz il 22 agosto 1891.

Nel 1855 la terza sezione del Lloyd austriaco apre il primo studio fotografico affidandolo a Guglielmo Federico Engel proveniente – si ritiene - da Francoforte. Non si conoscono le motivazioni della scelta e quanto fosse noto il fotografo tedesco di 31 anni così da precludere la scelta ad altri concorrenti. Con il titolare lavorano come assistenti due fotografi provenienti da Monaco di Baviera, Hacker e Schulz, non ben identificati, e l'apprendista fotografo Franz Schwarzbeck (1838-1867) di Trieste, un diciassettenne. La scelta di tali fotografi d'origine tedesca è operata dal direttore dello Stabilimento artistico, Ahswaldt che si affida alla fama già consolidata della fotografia sia per tecnica sia per abilità professionale in terra germanica.

Lo Studio fotografico del Lloyd Austriaco, Photographisches Atelier des Oesterreichischen Lloyd, attivo dal 1855 con tale staff, si dedica in particolare alla produzione di ritratti, venendo meno a quanto si era annunciato sui periodici locali, alla produzione di vedute (paesaggi, località, edifici) e alle scene di genere, sulla base delle quali sarebbero state eseguite le incisioni in acciaio per le edizioni dei settimanali Letture di famiglia e Illustrirtes Familienbuch des österreichischen Lloyd.

Inoltre la sede non è all'inizio quella prevista al Tergesteo o nel Palazzo della Borsa, ma in via dei Forni 892 dietro la casa Reyer.

Solo nel 1857 il Lloyd trasferisce lo studio da via dei Forni al Tergesteo, scala 2 al IV piano, affidandolo agli altri due fotografi, in quanto non è chiaro con quale ruolo Engel vi lavori ancora, forse come direttore poiché il nostro fotografo, ormai molto conosciuto in città, ha un proprio atelier  dal primo luglio al primo settembre 1859 in via Chiozza 1518 e dal 3 settembre 1859 al 27 gennaio1868 in via dei Forni 892 10 dietro la casa Reyer (dal 1866 semplicemente n. 10).

Engel mantiene il contratto con lo stesso Lloyd sino al 1858, finché il 30 luglio ottiene la cittadinanza austriaca così da richiedere la licenza commerciale per poter esercitare in proprio.

Con un'iniziativa che ben presto si diffonde tra i direttori degli studi fotografici si pubblicizza sui quotidiani, un suo avviso appare per tutto l'anno sul Il Diavoletto nel 1860, fornendo semplicemente l'indirizzo – in contrada dei Forni dietro la casa Reyer - e l'orario d'apertura dell'atelier “tutti i giorni dalle 9 alle 5 pomeridiane” 1.

Nel marzo del 1865 lavorano nello studio di Engel come aiutanti fotografi Francesco Schwarzbeck, ormai 27enne, che continua la sua collaborazione iniziata ben dieci anni prima nell'atelier del Lloyd sino al 1867 quando muore, Giovanni Ortolani di 19 anni e Giuseppe Wulz di 22 anni, tra i lavoranti viene nominata anche una donna Maria Covacich. Siamo a conoscenza dei loro nomi trascritti nei verbali del processo per la denuncia di un furto imputato a Giovanni Ortolani, furto che si dimostra di tale piccola entità da non avere grosse conseguenze per il giovane apprendista.

La lettura della documentazione dei due processi nei confronti degli Ortolani richiesti da Engel ci immette in un clima di tensione di non facile ricostruzione in tale ambiente. Il primo processo si svolge nel marzo 1865 contro il giovane Giovanni accusato di appropriazione di materiale fotografico, un semplice cartoncino tratto dalla spazzatura, e il secondo nel 1867, conseguenza del primo, si svolge contro lo stesso Giovanni, il fratello Francesco e il padre Giuseppe. In breve i tre uomini incrociando il 27 luglio dello stesso anno il celebre fotografo, uscito dal suo studio, lo raggiungono per ingiuriarlo “birbante e vile” e per minacciarlo di percosse e di un tuffo in acqua, inseguendolo sino al Canal Grande, in quanto lo ritengono responsabile della mancanza di lavoro sia di Giovanni sia di Francesco, quest'ultimo definito “agente di commercio ed ora per mancanza d'occupazione dedito all'arte fotografica”. Si riferiscono pertanto al processo di Giovanni di due anni prima, di cui perdurano – sembra – le conseguenze. I testimoni confermano l'accaduto, ma il tutto sembra più un processo alle intenzioni che a “pubblica violenza” come era stato denominato, il difensore degli Ortolani insiste anche sul probabile fraintendimento delle parole pronunciate nell'occasione, in quanto Engel parla malissimo l'italiano. Il ricorso attenua le pene e l'accaduto non impedirà ai fratelli Ortolani d'avviarsi a loro volta a un'interessante carriera di fotografi.

Negli anni successivi tra gli aiutanti e allievi di Engel si conta pure Luigi Boccalini, di cui non si sa la provenienza, che alla partenza di Engel da Trieste nel 1868, organizza con Giuseppe Wulz uno studio in piazza della Borsa 10, la cooperazione dei due avrà il logo Allievi di Engel. Il nome del fotografo visto il successo avuto tra la borghesia che conta a Trieste e che si è ritratta a frotte per riempire gli album di famiglia è un carta da giocare finché la propria abilità tecnica non giunga a superarlo.

Nel 1868 Engel si trasferisce a Graz dove apre uno studio sino al 1870 in Realschulgasse 171 “nella corte del Cafe Schuster”, poi dal 1870 al 1891, è a Vienna in Alserhauptstrasse 27. È membro della Società Fotografica di Vienna dal 1874. Muore a Graz nel 1891.

 

Bibliografia

 

Italo Zannier Fotografia in “Enciclopedia monografica del Friuli-Venezia Giulia. 3 la storia el cultura". Parte terza. Udine : Istituto per l'Enciclopedia monografica del Friuli-Venezia Giulia, 1980, p. 1855-1870

Fotografia italiana dell'Ottocento.  Milano ; Firenze: Electa : Alinari, 1979, p. 154-155

Wilhelm Engel in <http://www.ipac.regione.fvg.it/aspx/ViewProspEstesa.aspx?idAmb=120&tp=vRAP&pNum=0&idsttem=6&tsk=FOTOGRAFO&idScheda=407>

1 [Avviso] in Il Diavoletto, a. 13, n. 28, 40, 45, 51, 66, 79, 95, 102, 105, 122, 135, 145 (2, 16, 22, 29 febbraio; 17 marzo; 2, 22, 29 aprile; 4, 24 maggio; 10, 22 giugno1860)

 

Emil Rabending (1823-1886)

Pasquale Revoltella, Vienna 1863-1865

positivo : albumina ; carte de visite

Sul v del cartoncino: Atelier Leopoldstadt Taborstrasse 18 Hotel National.

La data si ricava dall'età dell'effigiato e dall'attività dello studio.

Archivio Sartorio. Album 1: ritratti dei componenti la famiglia, c. 33, 6

Inv. CMSA S2571

 

Il ritratto del fotografo Rabending conferma l'impressione della sfuggente personalità dell'uomo, che ripreso di tre quarti, guarda di lato. Rispetto ai ritratti pittorici e alle incisioni, il finanziere sembra sottoporsi allo scatto con diffidenza, rigido e assente. Le sfumature mettono in evidenza i tratti somatici, gli occhi infossati incorniciati dai folti sopraccigli, il grande naso, i capelli ben avviati ma radi. Il volto si staglia come in un cammeo nello fondo che sfumato si dissolve nel bianco.

 

Emil Rabending (1823-1886)

 alias Rabending & Monckhoven, E. Rabending

 

Nato a Erfurt nel 1823. Dal 1852 al 1856 è pittore a Francoforte, ma nel 1856 si trasferisce a Vienna e apre il suo primo studio fotografico con il socio D.W. Schmid in Jägerzeile 28 (Praterstrasse), ma la collaborazione dura solo tre anni sino al 1859. Si presume che abbia introdotto la colorazione delle stampe su carta salata e il ritocco sul negativo, effetti che migliorano notevolmente la resa dei positivi.

È considerato uno dei fotografi più importanti viennesi, insieme a Josef Löwy e Ludwig e Viktor Angerer. Membro della società fotografica dal 1864, - Josef Löwy lo è dal 1861 -, nello stesso anno sono entrambi presenti alla Prima mostra fotografica a Vienna. Riceve una medaglia alla mostra internazionale di fotografia tenutasi a Berlino 1865, sino alla prima metà degli anni Settanta partecipa a molte esposizioni con ritratti ripresi in studio, interessanti quelli a cavallo e su carretti, si dedica pure alle riproduzioni artistiche.

Nel biennio 1867-1868 è socio di Désiré Charles Emanuel von Monckhoven (1834-1882) a Vienna IV in “Favoritenstrasse 3, im Hofe der k.k. Erzgiesserei”. Nel 1867 riceve la medaglia per l'arte e la scienza.

Vende molte carte de visite con i ritratti della famiglia imperiale facendo concorrenza a Ludwig Angerer nominato Hofphotograph nel 1860, primo in Austria a ottenere il titolo di fotografo di corte. Famoso è il suo servizio che prepara per l'incoronazione ungherese dell'imperatrice Elisabetta, avvenuta l'8 giugno 1867: Sissi posa già alla fine del 1866 nello studio di Vienna, con l'abito ornato di perle e la corona sul capo, lo supponiamo dall'indirizzo posto sul cartoncino dello studio che verrà chiuso alla fine del 1866. Nel 1870 viene insignito del titolo di Hofphotograph.
Nel 1877 chiude lo studio per tornare definitivamente a Francoforte, qui lavora ancora dal 1878 al 1880 in Bleichstrasse 28, muore il 13 febbraio 1886.

 

Bibliografia:


G. Fiorentino, L'Ottocento fatto immagine. Palermo : Sellerio, 2007, p. 120


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