destino di una mostra

Ogni mostra è preceduta, di solito, da un lungo lavoro di ricerca, di studio, di organizzazione dei materiali, di progettazione di un itinerario. Lavoro che dura alcuni mesi o anche anni. Almeno così dovrebbe essere. Parliamo di mostre che hanno carattere di novità e scientificità, e sono curate da studiosi delle materie di cui si tratta. Eventi con queste caratteristiche, che hanno sempre costi rilevanti, sono accompagnati doverosamente da cataloghi che ne raccolgono e divulgano a lungo i materiali, attualizzano la ricerca scientifica sull’argomento e costituiscono in seguito fonti per ulteriori ricerche, e anche nuove mostre.

Non sempre questo succede, a volte soltanto per mancanza di mezzi, altre volte per mancanza di tempo, visto che molte delle mostre organizzate dalle istituzioni vengono sollecitate dagli amministratori politici solo per celebrare qualcosa (quasi sempre) in fretta e furia, ma altrettanto rapidamente vengono archiviate, indipendentemente dal loro valore, in un vorticoso avvicendarsi di eventi che necessita di sempre nuove occasioni di visibilità.

In quest contesto la cultura e la ricerca sono aspetti del tutto secondari: un tema vale l’altro.

Più o meno è questo il destino della mostra “La Grande Trieste” che fu realizzata nel 2015 quasi soltanto per non essere esclusi dalle commemorazioni del centenario della prima guerra mondiale, ma riuscì inaspettatamente a essere qualcosa di più di una mostra d’occasione, anzi permise di lavorare su un periodo e su materiali, documenti, fotografie e oggetti, che non erano mai stati messi a confronto in un’unica sede, e che provenivano da tutte le collezioni dei musei civici e della biblioteca. Il notevole successo di pubblico fu la prova che c’era proprio bisogno di scandagliare e mettere ordine in questo periodo così complesso e interessante della storia cittadina, i venticinque anni che hanno preceduto l’attentato di Sarajevo. Un periodo poco rappresentato nei musei cittadini, se non in luoghi e per comparti separati: arte, archeologia, teatro, storia patria, fototeca, storia naturale.

 

Tutti coloro che parteciparono alla progettazione della mostra, le istituzioni comunali al completo (ma non solo, a queste si affiancarono storici di riconosciuto valore) erano consapevoli che la ricerca, sia pure parziale, avrebbe potuto costituire un’ottima base per lavori successivi, anche in vista della costruzione di quel “Museo della città” evocato di tanto in tanto, ma assolutamente necessario, che però resta ancora lontanissimo dall’immaginazione di chi dovrebbe riflettere sull’assetto e sull’articolazione dei musei civici triestini, rimasti fermi a tempi, vincoli, gusti ed esigenze ampiamente superati. Purtroppo a Trieste l’unica idea museale “nuova” circolata nel 2020 è quella di trasferire e ristrutturare il vecchio, glorioso, Museo del Mare.


Il catalogo della “Grande Trieste” non venne pubblicato né durante né dopo la mostra, per dichiarato disinteresse delle due amministrazioni (sinistra e destra) che si avvicendarono nel 2016, così come tramontò rapidamente qualche ipotesi circolata nel 2015 di ripresentare la mostra in altra sede.

Chi aveva lavorato al progetto fin dall’inizio fu profondamente deluso dall’incapacità dei responsabili di cogliere le opportunità di sviluppo offerte da questo lavoro, e dai rifiuti opposti a qualsiasi ipotesi di pubblicazione. Stando così le cose, nel 2016, essendo ormai in pensione, come curatrici abbiamo deciso di rimettere mano agli studi fatti per la mostra (di cui ci eravamo occupate assieme a due altri colleghi) e nel 2017 abbiamo deciso di pubblicarli online, riuscendo anche a recuperare il nome di dominio lagrandetrieste.it, abbandonato da tempo dal Comune di Trieste.

 

Come sempre, le cose scartate diventano preziose quando qualcun altro le valorizza, e improvvisamente, dopo la pubblicazione del sito, ricostruito con pazienza e con molte aggiunte (e con l’aiuto fondamentale di una studiosa di storia della fotografia e già collaboratrice, Adriana Casertano) un tema e una mostra “da buttare” sono diventati importanti per gli stessi che non avevano fatto nulla per conservarne traccia. Tra cui curiosamente qualche ex amministratore, portatore all’improvviso di insospettabili rivendicazioni sulla proprietà della mostra.

 

Non era facile capire perché fosse successo tutto questo pandemonio, con tanto di lettere di diffida e interrogazioni in consiglio comunale non prive di risvolti umoristici. Qualcuno che conosceva la situazione commentava: “Ma come? Dovrebbero ringraziarvi!” Lungi da noi chiedere qualsiasi riconoscimento, semplicemente pensavamo di avere pieno diritto di fare conoscere liberamente una ricerca storica svolta in prima persona con particolare impegno e, secondo noi, meritevole di pubblicazione.

 

All’inizio speravamo di poter contare su una ragionevole composizione della vertenza, anche perché non era ben chiaro di cosa eravamo accusate e quali norme avremmo trasgredito (tuttora non lo sappiamo), e soprattutto non era facile capire perché la nostra attività costituisse un danno, per la precisione “un danno di immagine” per il Comune. Nello stesso tempo non ci facevamo illusioni. Come ex dipendenti comunali di lungo corso sappiamo molto bene, che quando si innescano questi conflitti, i contenuti perdono importanza e la furia sanzionatoria nei confronti di chi ha osato sfidare il potere dell’apparato prevale sopra ogni altra valutazione. 

 

Il nodo della questione sembravano essere, da un lato, i diritti sulle immagini e sui testi, e, dall’altro, la “sovrapposizione” alle attività comunali. Una questione, come sempre, prettamente burocratica, vagamente surreale e a tratti poliziesca, lontanissima da quella visione di attività culturale come circolazione delle idee e come servizio al cittadino che dovrebbe essere la missione quotidiana delle istituzioni. Ci sono state applicate le stesse regole che vengono imposte nei casi di sfruttamento commerciale delle immagini, mentre in Italia ormai da qualche anno esiste la possibilità di pubblicare liberamente immagini per finalità culturali ed educative. Quanto al “danno di immagine” resterà per sempre un interrogativo aperto: col recupero, curato e ordinato, di materiali che erano stati letteralmente buttati via, pensiamo piuttosto di avere “salvato” l’immagine del Comune, che del resto ha beneficiato ampiamente, “come immagine”, del successo ottenuto dalla mostra a suo tempo. Dunque? Quale sarebbe il danno di immagine?

Non c’è mai stato un confronto diretto e sereno con i responsabili degli uffici culturali che si occupano di queste questioni, anzi non abbiamo mai capito chi fosse il “responsabile del procedimento” e nostro interlocutore diretto. Diciamo pure che “ai nostri tempi” i dirigenti, ma anche gli assessori, non si nascondevano dietro gli avvocati del Comune se sorgeva un problema di questo tipo! Riuscivano a gestirlo e magari a sfruttarlo in positivo, visto che per lo meno un obiettivo in comune fra le due parti c’era: la diffusione della conoscenza del patrimonio storico pubblico.

Naturalmente bisogna crederci…

 

Dopo quasi un anno di inutile corrispondenza il Comune ha preferito spingere il confronto fino alle aule di Tribunale, e il giudice ha fissato due opzioni: la trasformazione del sito o il pagamento di una somma a titolo di, chiamiamolo, “ristoro”. Abbiamo optato per questa soluzione, che ci permette di continuare l’attività iniziata con la mostra e, soprattutto, di conservare la memoria di un evento culturale che (come dimostrano questi cinque anni di cultura a Trieste) è stato l’ultima grande occasione espositiva di carattere storico. Visto che “La Grande Trieste” era costata oltre 300.000 euro di denaro pubblico, pensiamo che la piccola somma che abbiamo dovuto sborsare di tasca nostra meritava di essere impiegata per restituire alla mostra almeno la dignità della memoria.

Con la soddisfazione impagabile di avere fatto qualcosa di utile per la città e di avere dato ulteriore senso al lavoro di una vita nelle istituzioni civiche.

 

Maria Masau Dan

ex direttrice del Museo Revoltella e dei Musei civici di storia ed arte

Claudia Morgan

ex funzionario culturale del Comune di Trieste, responsabile della Biblioteca e della Fototeca dei Musei civici

 

 

 


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