Salvare i daguerrotipi

a cura di Claudia Morgan

Ritratto della famiglia Sartorio Fontana

Giovanni Blason (1824-1904)

 

Pietro Sartorio con la moglie Giuseppina Fontana e i figli, [1865]

positivo : albumina colorata a mano

[foto dell'autore]

Probabile riproduzione di un dagherrotipo di Carlo Antonio Fontana (1809-1886) fratello di Giuseppina Fontana eseguito da Giovanni Blason nel giardino di villa Sartorio negli anni 1842-1843. La data del dagherrotipo si ricava dal calcolo dell'età degli effigiati. Nel 1843 i tempi di esposizione erano ancora lunghi dai 10 ai 5 minuti, quindi il gruppo familiare dovette stare perfettamente immobile per tutto quel tempoEsiste nei depositi al Museo Sartorio la copia colorata a mano e incorniciata dello stesso Blason. Il medico e farmacista Blason è un fotografo “pendolare” che in tale periodo probabilmente condivide lo studio con Ferdinando Ramann in via Valdirivo n.14 nel 1865 e di fatto lo dirige per tutto il 1866. Ramann si vanta in un inserto pubblicitario di “assumere commissioni per riproduzioni di qualsiasi ritratto sia ad olio come daguerrotipi...” [vedi Apertura del nuovo Salone fotografico “Alla Fortuna” in “Il gallo”, a.1, n. 1 (18 novembre 1866), p. 4].

La pratica di riprodurre i dagherrotipi è ormai proposta alla clientela così da rendere i preziosi ritratti facili al deterioramento moltiplicabili a piacere.

 

 

Carte de visite dello stesso Blason che ingrandita e colorata diventerà il quadro/fotografia richiesto dai committenti.

[foto dell'Autore]

 

Spiace segnalare che non è piu visibile a Catalogo dei beni culturali la carte de visite in bn [inv. S2412] dell'Archivio fotografico Sartorio, di  cui ho curato l'intera descrizione, grazie alla quale ho potuto compiere il confronto. Speriamo sia solo un problema del server!

 

 

I membri della famiglia Sartorio saranno fortemente attratti dalla possibilità di avere e di conservare ritratti fotografici in album che probabilmente esibiscono agli ospiti nei loro salotti: la consistenza dell'archivio ne fornisce l'evidenza e segnala i nomi illustri dei fotografi europei attivi dagli anni quaranta dell'Ottocento ai primi anni del Novecento [vedi Archivio fotografico Sartorio]. Va ricordato che Giovanni Guglielmo Sartorio, fratello maggiore di Pietro, si vanta nelle proprie Memorie biografiche, edite nel 1863 ben 8 anni prima della sua morte, d'aver incontrato Daguerre a Parigi nel 1852. A Daguerre attribuisce la scoperta dell'“infallibile pennello della luce” che permette di “lenire lo sconforto delle separazioni” con “le viventi immagini delle persone a noi care” e riconosce alla fotografia il grande merito di offrire una possibilità esclusiva: avere sempre con sè i ritratti dei familiari, la loro essenza e nello stesso tempo la loro eterna presenza (Giovanni Guglielmo Sartorio, Memorie biografiche. Trieste : Tipografia del Lloyd austriaco, 1863, p. 220).

 

Il disegno non firmato riprende il ritratto fotografico di Giovanni Guglielmo Sartorio opera di Antonio Sorgato e datato ottobre 1861. La data si ricava dalla Memorie biografiche, p. 286

Ritratti di Filippo Zamboni

 

Vittorio della Rovere attr.

Filippo Zamboni, Roma 1847

Il dagherrotipo notevolmente deteriorato all'epoca del suo ritrovamento era conservato presso il Museo di Storia Patria di Trieste tra la documentazione del Legato Zamboni.

L'attribuzione al padre gesuita è deducibile dal confronto con l'altro dagherrotipo.

 

[foto dell'Autore]

 

 

 

Vittorio della Rovere

Filippo Zamboni e sua madre Luigia Amadio, Roma 1847

Il dagherrotipo notevolmente deteriorato all'epoca del suo ritrovamento era conservato presso il Museo di Storia Patria di Trieste tra la documentazione del Legato Zamboni.

[foto dell'Autore]

 

La riproduzione del dagherrotipo di Filippo Zamboni e la madre è opera del fotografo Josef Löwy attivo a Vienna nel 1876, di cui la Fototeca dei CMSA conserva più copie. La nota manoscritta sul verso conferma la riproduzione del dagherrotipo  "Filippo Zamboni colla madre fatta dal padre Della Rovere collegio dei nobili 1847". Dalla biografia comprendiamo che Filippo Zamboni esule a Vienna decide di far riprodurre il dagherrotipo a un noto professionista esattamente 40 anni dopo lo scatto.

 

In breve una biografia sul personaggio ritratto.

Filippo Zamboni (1826-1910)

Filippo Zamboni nacque a Trieste il 21 ottobre 1826 da Antonio Zamboni, console pontificio a Trieste, e da Luisa Amadio. Dal 1846, per l'interessamento del papa Gregorio XVI che stima molto il padre Antonio, studia a Roma al Collegio dei Nobili dove incontra due studiosi che lo introdurranno alla fotografia e allo stesso tempo all'astronomia, e nello specifico all'osservazione della luna.

Spirito irrequieto aderisce alle idee patriottiche e nel 1848 diventa soldato della prima compagnia del battaglione universitario che partecipa alle campagne venete a Cornuda e a Vicenza. Nel gennaio del 1849 a Roma si ricostituisce il battaglione universitario e Filippo diviene capitano della terza compagnia. Il 30 aprile, Garibaldi lo distacca fuori porta San Pancrazio ad occupare Villa Panfili, ferito, continua a combattere nei giorni 3 e 11 giugno sui colli Parioli.
Da questi eventi la vita di Filippo Zamboni subirà una svolta. Esule volontario a Vienna è per molti anni professore di letteratura italiana all'Accademia di commercio e al Politecnico. Viaggia moltissimo, spirito bizzarro e irrequieto, è attratto dall'ipnotismo e dallo spiritismo.
La sua multiforme collezione facente parte dei Civici Musei di storia ed arte viene dettagliatamente descritta da Alberto Puschi che la annovera tra le acquisizioni del 1911 nella sua relazione annua al Consiglio comunale. La Collezione Zamboni si puo definire senz'altro un Teatro del mondo zamboniano: consta di una biblioteca di 5000 volumi, di un armadio con le memorie del battaglione universitario romano, di antichità, raccolte durante i viaggi, di reperti naturalistici oltre alle memorie di famiglia con documenti, ritratti, fotografie, spicca per curiosità il Gabinetto della luna con l'edizione de "Il bacio della luna" edito nel 1911, opera nella quale l'autore sostiene che nelle macchie sulla superficie della luna si vedono due teste che si baciano.
Oreste Basilio nel suo "Saggio di storia del collezionismo triestino" lo nomina come appassionatissimo raccoglitore di oggetti archeologici e di memorie storiche, donate dalla vedova insieme con una ricca biblioteca nel 1911 al Museo di Storia ed Arte. La donazione in realtà diverrà lascito nel 1936.

Sull'Archivio Zamboni vedi la voce Archivio Filippo Zamboni. Su Il bacio nella luna vedi Claudia Colecchia, Da Trieste alla luna, p. 78-82.

L'autore del ritratto non rientra tra i dagherrotipisti locali, ma il legame con Trieste c'è, grazie all'interessante doppio ritratto Zamboni. Si tratta di Vittorio della Rovere che Filippo Zamboni conosce quando studia a Roma nel Collegio dei Nobili.

 

Il rapporto tra il giovane Filippo Zamboni e i suoi professori gli lasceranno delle tracce importanti che lo seguiranno tutta la vita, anche legati al mondo della fotografia. Si tratta di Vittorio Della Rovere e di Angelo Secchi.

Dalle note manoscritte veniamo a conoscere l'autore dei dagherrotipi: Vittorio della Rovere (1811- ).

 

L'abate Vittorio della famiglia della Rovere, una nobile famiglia di Savona stabilita in Piemonte, nasce a Casale Monferrato il 29 gennaio 1811.

Entra nella Compagnia di Gesù a Roma il 10 ottobre 1827 all'età di 16 anni e vi rimane sino al 1851, quando esce dalla Compagnia. A Roma è ripetitore presso il Convitto dei Nobili e insegna al Collegio Romano Fisica e Chimica, essendo i suoi interessi prettamente scientifici. Dal 1842 al 1845 è precettore del Principe reale di Napoli e in questo arco di tempo è fortemente attratto anche dalla dagherrotipia che inizia a sperimentare,

Il 2 ottobre 1845 a Tivoli riprende con il nuovo metodo il pontefice Gregorio XVI con la sua corte, si tratta della prima fotografia della storia di un papa.

Collabora inoltre con il padre Francesco De Vito (1805-1848) direttore dell'Osservatio astronomico del Collegio, insieme a lui  condivide le ricerche sui pianeti e sulle nebulose e nel 1843 si sperimenta a riprodurre l'immagine della luna con un dagherrotipo. La notizia dell'esperimento è riportata dal padre Angelo Secchi, successore di De Vito nella carica all'Osservatorio, nel saggio Fotografie lunari ed altri corpi celesti (in "Memorie dell'Osservatorio del Collegio Romano dal 1857 al 1859". Roma : Tip. delle Belle Arti, 1859, p. 458-460).

Nel 1851 per motivi personali lascia la Compagnia di Gesù, ritorna alla vita secolare e si può dedicare alla ritrattistica, anche di donne, soggetto proibito durante il suo sacerdozio. Apre il secondo per importanza studio fotografico a Roma. Pubblica studi originali: Nuova maniera di iodare le lamine fotografiche in "Raccolta di lettere ed altri scritti intorno alal fisica e alle matematiche", a.2. (1 settembre 1846), Immagini su lamine dagherriane che non fanno specchio in "Giornale di Roma" n. 43 (21 febbraio 1851)

da Wikipedia. L'Italia d'argento, p. 49,141, 166. F. Becchetti, Fotografi e fotografia in Italia 1839-1880, p. 100

  

Angelo Secchi (1818-1876)

 

Nasce a Reggio Emilia il 18 giugno 1818. Padre gesuita, celebre astronomo, si dedica all'astronomia documentando i propri studi con la fotografia.

Il 18 luglio 1860 è in Spagna nel deserto di Las Palmas durante l'eclissi totale del sole per scattare delle fotografie a documentazione dei suoi studi sulla corona solare.

Sull'esperimento lascia una precisa descrizione anche se deve ammettere che, causa i suoi pochi mezzi, non aveva potuto documentare pienamente la sua pubblicazione con le 14 fotografie prodotte (Angelo Secchi, Relazione delle osservaioni fatte in Spagna durante l'eclissi del 18 luglio 1860. Roma : Tip. Belle Arti, 1860).

F. Becchetti, Fotografi e fotografia in Italia 1839-1880, p. 109

Dagherrotipi di Vittorio Della Rovere

Il primo dagherrotipo ritrae Paolo della Rovere 1 maggio 1849.

Colorato a mano, il titolo e la data si deducono dalla nota manoscritta sul verso "fait par le cousin de la Rovere Victor 1 Mai 1849 a Turin. Souvenir que Paul de la Rovere présent à son ami Paul Gardini" in L'Italia d'argento p. 166.

 

Il secondo Ritratto di giovane donna in giardino 1854.

Dagherrotipo colorato. La data si ricava dalla nota manoscritta "Roma febbraio 1854. Fece l'abate Rovere nella Villetta Cenci a Bocca della Verità" in L'Italia d'argento p. 246.

 

 

Vittorio Della Rovere

Due preti francesi Roma 1847

dagherrotipo

 

Toglie ogni dubbio all'attribuzione la nota manoscritta posta sull'astuccio: "Due preti francesi con i quali il giovane Zamboni faceva delle lunghe gite a piedi".

Il dagherrotipo fa parte dell'Archivio Zamboni.

[Foto dell'Autore]

 

 

Antonio Zamboni padre di Filippo, Senigallia luglio 1847

dagherrotipo

L'autore del dagherrotipo che  fa parte dell'Archivio Zamboni non è identificato.

 

[Foto dell'Autore]

Ferdinando Ramann (1825-1888)

Un esempio di recupero di dagherrotipi?

    Arsenale di Pola                                                                                      La pescheria vecchia in Piazza del Comizio Pola                                                                    

Ferdinando Ramann è presente a Trieste con uno studio dal 1855, ma prima di tale data, lasciata la città natale di Sebenico (Croazia), intrapresa l'attività di fotografo/dagherrotipista, viaggia e si sposta - si deduce - da Lubiana a Pola.

Si possono attribuire a questo periodo le stereoscopiche presenti nel Catalogo integrato dei beni culturali del Comune di Trieste, che le datano erroneamente 1840 [scheda a cura di Claudia Colecchia]. Si ricorda che nel 1840 Ramann era un 15enne già alle prese con la dagerrotipia lontano da casa?

A un'attenta osservazione, si possono giudicare come un primo esperimento eseguito dal fotografo negli anni Cinquanta dell'Ottocento, ma sicuramente dopo il 1855, mentre dal 1868 al 1870 si dedica alla stereoscopia cogliendo varie vedute della città di Trieste con maggiore maestria.


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