FOTOGRAfia e pittura

a cura di Claudia Morgan

I grandi pittori del XIX secolo e la concorrenza del dagherrotipo

La tradizione riporta una testimonianza del pittore francese Paul Delaroche che quando nel 1839 si trovò davanti ad un dagherrotipo per la prima volta affermasse “Da oggi la pittura è da considerarsi morta” perché il metodo Daguerre “era in grado di soddisfare completamente tutte le richieste dell'arte, portando i principi artistici essenziali a una tale perfezione da diventare soggetto di osservazione e studio per i più colti pittori”.

 

Analogamente in Inghilterra un aneddoto simile vede protagonista l'attempato pittore William Turner. Mentre osservava un apparecchio per dagherrotipi fu inteso mormorare “Questa è la fine dell'arte, sono contento di aver avuto il mio momento”.

 

La frase rivela la paura e la confessione nell'ambito di una professione privilegiata che improvvisamente vede il proprio lavoro messo a confronto con quello di una macchina che produce immagini. E le conseguenze non tardano.

 

I primi ad essere soppiantati dalla nuova tecnica sono i miniaturisti, molti dei quali per evitare la disoccupazione, dovettero diventare fotografi. Una prima indagine sui fotografi professionisti al lavoro a Amburgo e a Berlino dimostra che un terzo di loro aveva fatto in precedenza il pittore.

 

Naturalmente vi furono anche famosi pittori che riconobbero apertamente l'apporto della fotografia al loro lavoro facendo diminuire la fatica. In Francia il grande Eugène Delacroix mise in posa molti modelli davanti alla macchina fotografica, tra loro anche la ragazza del suo quadro l'Odalisca, usando la fotografia come un prezioso aiuto per la memoria.

 

A sinistra il nudo da un album di fotografie appartenuto a Eugène Delacroix, a destra Odalisca, olio 1857

in G. Macdonald, L'occhio dell'800, Mondadori, 1981

 

I dipinti di Gustave Courbet, prestigioso esponente del movimento realistico, furono ingiuriati come “scene banali degne solo della dagherrotipia”, sebbene il pittore facesse un uso occasionale della fotografia. Il suo torto effettivo era quello di attaccare lo stile romantico allora in voga. Quando Les Baigneuses fu esposto nel 1853 al Salon di Parigi, si narra che Napoleone III indignato da tanta volgarità abbia schiaffeggiato il cospicuo posteriore della bagnante nuda.

Courbet aveva osato aprire la dimensione monumentale di solito riservata agli eroi o ai santi alla gente più comune.

 

A sinistra Nudo di Julien de Villeneuve acquistato da Gustave Courbet nel 1853 da Wikipedia.

Gustave Courbet, Les Baigneuses, olio, 1853

Gli effetti della fotografia negli esperimenti dei pittori

 

La fotografia porta gli artisti a modificare il loro modo tradizionale di vedere. Alcuni aspetti della modalità visiva della macchina fotografica indicano nuove aree di ricerca che i più avventurosi iniziano subito a esplorare. L'immagine confusa causata dal movimento degli alberi durante le lunghe esposizioni delle prime foto di paesaggi appare nelle vedute di Jean Baptiste Corot, compagno di alcuni famosi fotografi francesi. Il pittore adotta anche l'effetto fotografico dell'alone, la caratteristica diffusione di luce intorno alle sagome causata dalla rifrazione sulle lastre di vetro, le prime comunemente usate intorno al 1850.

 

Camille Corot, Colpo di vento, 1865-1870

 

Camille Corot, Mattina sull'estuario


Trasforma inoltre il clichè verre, letteralmente immagine di vetro, in una curiosa e popolarissima fusione tra arte e fotografia: esegue una vera e propria incisione su vetro per sfruttare poi l'effetto della luce su carta sensibile. Il risultato finale è molto simile a quello dell'acquaforte, con la possibilità di creare dei cromatismi particolari. Quando Corot muore, centinaia di studi fotografici vennero trovati nel suo atelier.

 

 

Il punto di osservazione degli impressionisti cambia. Ne è un esempio indicativo Claude Monet, che, verso la fine degli anni Cinquanta, scruta dall'alto gli affollati boulevards parigini, con una stereocamera, cosi da riempire di gente le strade, in precedenza riprese sempre deserte dai lenti dagherrotipi.

 

Non si ignora l'evidente valore della fotografia.

 

L'esecuzione dell'imperatore Massimiliano in Messico tra pittura e fotografia

Il 19 giugno 1867 Massimiliano d'Asburgo imperatore del Messico, fratello di Francesco Giuseppe imperatore d'Austria, viene catturato e fucilato dai repubblicani insorti di Benito Juarez. Tra i più sconvolti e indignati dalla notizia della fucilazione è il pittore Eduard Manet che dedica alla scena dell'esecuzione ben quattro tele nel biennio 1867-1868, la più celebre delle quali è L'esecuzione dell'imperatore Massimiliano. Nella versione più conosciuta il pittore non tiene conto di alcuni importanti racconti dei testimoni oculari nè delle fotografie scattate sul posto.

 

Édouard Manet, L'esecuzione dell'imperatore Massimiliano, olio su tela, 1868 in wikipedia
Édouard Manet, L'esecuzione dell'imperatore Massimiliano, olio su tela, 1868 in wikipedia
Foto dell'Esecuzione di Massimiliano 19 giugno 1867 in wikipedia
Foto dell'Esecuzione di Massimiliano 19 giugno 1867 in wikipedia

La foto suscita molte perplessità sull'effettiva presenza di un fotografo sulla scena. L'evento ebbe una tale risonanza in Europa che richiese una testimonianza visiva quale si poteva ricavare dalle fotografie. Il risultato fu la circolazione di positivi altamente commerciabili che si possono intendere come esempio di "verità oggettiva ricostruita".


 Molto suggestiva è fotografia di Adrien Cordiglia - visibile in rete - costruita con le immagini di François Aubert che sembra evocare i fantasmi dei condannati.

 Cordiglia usando come sfondo la fotografia del luogo dell'esecuzione, vi ha sovrapposto il plotone, diviso in due metà negli angoli inferiori, e le tre vittime al centro, a loro volta grossolani fotomontaggi, assemblati da teste poste su corpi di diverse dimensioni.

Sotto la figura di Massimiliano compaiono manoscritte le sue ultime parole: "Messicani, possa il mio sangue essere l'ultimo versato e possa ravvivare questo paese infelice".

 

Negli anni Sessanta dell'Ottocento la documentazione fotografica degli eventi mondiali era diventata una pratica standard.

Il tragico fascino dello sfortunato Impero di Massimiliano e Carlotta ne fece un soggetto ideale per i venditori di cartes-de-visite orientati al mercato. Una documentazione insolitamente completa di alcuni aspetti dell'esecuzione di Massimiliano è stata fotografata da François Aubert, e in seguito ampiamente distribuita da vari studi fotografici.

Il fotografo ufficiale della fine di Massimiliano: François Aubert  (1829-1906)

 

Pittore a Lione, nel 1854 si reca in Messico e impara l'arte fotografica presso Jules Amiel a Città del Messico, nel 1864 ne acquista lo studio in Calle de San Francisco 2, dove ritrae civili e militari e diventa il fotografo ufficiale della corte imperiale. È famoso anche per aver introdotto positivi che riproducono i costumi tipici messicani e scenette di genere. Altrettanto famoso è il suo servizio di fotografie sulla fine di Massimiliano che più tardi vengono riprodotte in formato carte de visite e distribuite in Europa da Disdéri, Auguste Peraire, lo studio viennese di Auguste Klein e Jägermayer, lo stesso Aubert e altri fotografi. Aubert non fotografa l'esecuzione, alla quale non è presente, ma la squadra di soldati che uccidono Massimiliano a Queretaro, gli abiti dell'imperatore perforati dai proiettili (il panciotto, la giacca, la camicia), le tre vittime, oltre a Massimiliano i generali Miguel Miramon e Tomas Mejia, e la salma di Massimiliano nella bara. Questi positivi vennero ampiamente riproposti e fortemente ritoccati.
Rientra in Francia nel 1869. Alla sua morte lascia tutti i suoi negativi al Musee royal de l'Armée belge

[da scheda autore Francois Aubert a firma di Claudia Morgan]

La diffusione europea delle immagini dell'esecuzione

Non potevano mancare nella Fototeca civica di Trieste alcune copie che ci permettono di capire la portata dell'affaire, legato alla tragica vicenda. I fotogrammi di Aubert sono riprodotti da Disdéri, ma diffusi e venduti da Auguste Klein famoso orafo austriaco, fornitore della corte imperiale viennese. Nel 1869 egli apre a Parigi diverse attività specializzate nel commercio di pelletteria e di bronzi con sede in Boulevard des Capucines n. 6 a pochi passi dallo studio di Disdèri. Lavora in particolare per ricchi collezionisti europei e russi.

 

 

Come dice la didascalia apposta alla carte de visite di

François Aubert (1829-1906)

Camisa de Emperador Maximiliano

 

in: Photographie & Dynastie. Bruxelles : Institut Royal du Patrimonoine Artistique, 2003, p.15

 

 

 

Come dice la didascalia apposta alla carte de visite di

François Aubert (1829–1906)

 

el Emperador Maximiliano embalsamado

in: Photographie & Dynastie. Bruxelles : Institut Royal du Patrimonoine Artistique, 2003, p.15

François Aubert (French, 1829–1906).  il servizio completo 1867

Da sinistra a destra:

Il luogo della detenzione. Il luogo dell'esecuzione

Da sinistra a destra:

Il drappello dell'esecuzione. Il generale Tomàs Mejìa, Massimiliano e il generale Miguel Miramon. Il carro funebre. Il corpo imbalsamato dell'imperatore. La camicia

Grazie al Public Domain del Metropolitan Museum of Art in New York

L'interpretazione di Manet

Completiamo l'analisi del quadro di Manet.

Per quanto riguarda i visi dei protagonisti il pittore si avvale di ritratti su carte de visite.

Ritenendo che Massimiliano fosse stato abbandonato dalle potenze europee e in particolare da Napoleone III, ritrasse i componenti del plotone di esecuzione con la divisa dell'esercito francese e all'ufficiale in secondo piano dietro al plotone diede un volto simile a quello dell'imperatore francese, il quale non era solo responsabile dell'intera vicenda ma patrocinava anche i Salon, cioè le esposizioni francesi che avevano rifiutato le sue opere.

 

Il generale Miguel Miramòn dietro all'imperatore Massimiliano in un particolare del quadro. Ritratti fotografici dei protagonisti

da Getty Images, da Edizioni Cento parole

Il generale Tomàs Mejìa in un particolare del quadro, accanto il ritratto fotografico. Ufficiale che nelle intenzioni del pittore è identificabile con l'imperatore Napoleone III.

da Wikipedia, ingrandimento da ritratto di Disderi in Catalogo integrato dei Beni Culturali del Comune di Trieste

 

Valery, Degas e la fotografia

Infine citiamo il poeta Paul Valery che testimonia come Edgard Degas, pittore e scultore, fosse un provetto fotografo e che nei suo lavori avesse raggiunto una nuova e notevole combinazione nel riprendere “l'istantanea con l'interminabile lavoro in studio”.

Per maggiori informazioni su questo suo rapporto è interessante Edgar Degas e la fotografia.

Un'acuta e per quanto mi consta inedita spiegazione delle sue inquadrature si trova nell'opera ultima Figure di Riccardo Falcinelli (1) che ci informa come il pittore si accorga a 35 anni d'essere monocolo. Arruolatosi in fanteria nel 1870, essendo Parigi assediata dai prussiani, passato poi all'artiglieria scopre che non vede il bersaglio con l'occhio destro. Da questa data i suoi dipinti sono puri scatti fotografici, realizzati con un occhio solo, infatti non nega mai di usare le fotografie e studia le possibilità offerte dal mezzo fotografico. Riesce a ottenere lo sfocato, il mosso, l'indefinito, ma soprattutto taglia, inquadra ciò che lo interessa e abitua il nostro sguardo ai suoi punti di vista, che colgono la realtà non in posa, ma viva, dinamica, fissata in un attimo altrimenti fuggente.

  

 

 

 (1) Riccardo Falcinelli, Figure. Torino : Einaudi, 2020 (Stile libero extra), p. 47-49

 

Étienne Carjat, Degas (1860)

da Wikipedia

 

Pittori e fotografi a Trieste

Un caso interessante: i ritratti di Francesco Hermet

 

Breve biografia di Francesco Hermet.

 

Nasce a Vienna il 30 novembre 1811 da Paolo e Maria Zaccar-Hogenz di Smirne (italianizzata in Zaccarian) in una famiglia armeno-cattolica, che da Isfahān o Esfahan (Iran centrale) si era trasferita a Vienna e poi dal 1819 a Trieste, dove il nonno Gregorio, aveva aperto un grande "stabilimento di bagni ad uso orientale" . Deve abbandonare la scuola, l'Accademia di commerci e nautica, a 15 anni e inserirsi nel mondo del lavoro in ditte commerciali attive tra Trieste e Lubiana. Nel 1833 diventa assicuratore presso le Assicurazioni austro-italiche (poi Assicurazioni Generali), ma non tralascia la sua passione per le lettere, in particolare il teatro, è tra i fondatori della Società filarmonico-drammatica nel 1829 per ricoprire il ruolo di attore e organizzatore/istruttore. Nel 1839 è attuario del teatro Grande (oggi Verdi) e nel 1845 regista e direttore del teatro Corti, da lui fatto costruire e inaugurato nello stesso anno. Fa parte del gruppo di intellettuali che gravita all'interno della Favilla, periodico della borghesia triestina più colta.

 

Si interessa di politica, si espone con un intervento pubblico il 30 maggio, al Teatro Nazionale, durante la rivoluzione del 1848. Il successo ottenuto lo induce a fondare la Società dei Triestini per contrastare la Giunta, espressione del ceto mercantile filoasburgico.

La sua attività si divide tra il mondo del teatro – dirige il teatro Armonia dal 1857 al 1860 e mantiene il ruolo di istruttore (sino al 1860) e di direttore della Filarmonico-drammatica (sino al 1879) - e quello delle assicurazioni, ma la sua passione politica trova piena espressione negli articoli dei periodici.

 

Scrive come giornalista su il Costituzionale (1828-1849), fonda il foglio satirico La Frusta (1848), nel settembre 1850 dà vita a La Favilla che verrà soppresso nel novembre 1852, in quanto Hermet viene definito dalla polizia "fanatico partigiano della sognata indipendenza italiana".

Nel 1861 decolla la sua attività politica, è eletto al Consiglio comunale grazie all'affermazione del partito liberale che qualche mese prima aveva visto la vittoria dell'Unione elettorale triestina. Rieletto sino al 1879 (salvo la parentesi 1863-1865), è dal 1869 al 1879 primo vicepresidente del Consiglio e si distingue, a fianco di Arrigo Hortis, per l'impegno sostenuto nell'introduzione dell'italiano come lingua di studio e l'apertura di un'università italiana a Trieste. Nel 1866, allo scoppio della guerra per il Veneto, Hermet è invitato a lasciare la città, al rientro a Trieste fonda Il Cittadino, un foglio di chiara tendenza liberale e nazionale e nel 1871 con Ugo Sogliani pubblica Il Progresso.

 

Diventa in questi anni turbolenti un grande mediatore politico, il 29 ottobre 1869 è eletto deputato al Consiglio dell'Impero, a Vienna e si impegna, contro il centralismo asburgico, nella questione delle elezioni dirette. Nel 1870 decide di non ricandidarsi constatando l'inutilità della propria azione politica. Hermet appare come l'iniziatore dell'irredentismo triestino grazie agli assidui contatti con i corrispondenti e gli esuli nel Regno d'Italia, in particolare con Giuseppe Garibaldi e la massoneria. Nel 1879 l'età avanzata e la stanchezza lo spingono a lasciare la vita pubblica e a dimettersi.

 

Hermet muore a Trieste il 16 febbraio 1883.

[testo liberamente tratto da Michele Gottardi, Francesco Hermet in “Dizionario biografico degli italiani”, v. 61 (2004)]

 

 

Il ritratto fotografico di Guglielmo Sebastianutti è databile agosto 1876 come risulta dalla nota manoscritta sul verso della carte de visite donata ai Civici Musei da Augusto Tominz il 21 giugno 1921. La datazione è avvalorata dal logo, in quanto il nome Sebastianutti compare dal 1869 dopo l'avvenuto scioglimento del contratto con il socio Francesco Benque, dalla segnalazione delle medaglie di merito aggiudicate allo studio - Berlino 1865 e Croce d'oro di Vienna 1873 - e da ultimo dalla nota manoscritta.

Esiste comunque una ristampa del fotogramma del 1876 ad opera dello stesso studio che aggiorna il proprio logo presentandolo sotto il nome dei due fotografi Sebastianutti Benque riunitisi proprio nel 1876. La data di questa carte de visite per il logo, la citazione delle medaglie e l'onorificenza attribuita a Francesco Benque rientrato dal Brasile è 1882 o post 1882.

La complessa storia dello stabilimento fotografico Sebastianutti e Benque  si può leggere in: E. Vecchione M. Radacich, Sebastianutti e BenqueStoria di uno studio fotografico in Claudia Morgan [a cura di], "Due fiorini soltanto. Sebastianutti e Benque fotografi a Trieste", Trieste : Civici Musei di Storia ed Arte, 2010, p. 15-39

Scheda dell'immagine (Catalogo integrato dei Beni Culturali del Comune di Trieste)

Ristampa del fotogramma del 1876 post 1882.

Scheda dell'immagine (Catalogo integrato dei Beni Culturali del Comune di Trieste)

 

 

La carte de visite è presente in tre copie nel Catalogo in rete dei Civici musei. La copia conservata nell'archivio del Museo Teatrale è datata 1860, rispetto a quella segnalata nella descrizione della Fototeca che riporta post 1865, decisamente più corretta. Tale data è avvalorata dall'iscrizione di merito “Medaglia Berlino 1865” rispetto alla data ms 1860. Si segnala inoltre che la descrizione catalografica della carte de visite compare doppia, fa fede il n. di inventario.

La terza copia databile post 1867 riporta il logo Benque Sebastianutti, logo che attesta il cambio di ragione sociale dello studio fotografico avvenuto il 30 settembre 1867. Anche se la data della lastra è 1865, la stampa del positivo è effettivamente post 1867.

Queste noiose spiegazioni sono puramente dimostrative sulle difficoltà nell'assegnare le date a documenti che nel tempo sono riproducibili dalla stessa matrice.

 

 

 

Curiosità

Francesco Hermet frequenta più studi fotografici, ama farsi ritrarre come richiede il suo ruolo di uomo pubblico, è un'ipotesi.

Ė un cliente abituale dello studio Benque sin dai primi anni della sua apertura a Trieste.

Nel 1867 si fa ritrarre nello studio di Augusto Tominz la cui carriera come fotografo dura un breve periodo, dal 1862 al 1867. Agli inizi il pittore con slancio imprenditoriale punta sulla nuova arte, apre il suo atelier appositamente progettato dall'architetto Giovanni Berlam in Piazza della Borsa 716-10, in pieno centro cittadino.

Nello stesso anno a Venezia Hermet si reca nello studio di Antonio Sorgato una vera celebrità, attivo già da un ventennio nella città lagunare, famoso come il primo ritrattista dagherrotipista. Nonostante la formazione e gli studi artistici nel campo del disegno, dell'incisione e della miniatura, Sorgato preferisce far precedere il suo nome dalla qualifica di fotografo non di pittore.

 

Nel 1876 Hermet affida la sua immagine alla litografia fedele copia del ritratto fotografico Benque, firmato dal poco conosciuto L.G. Giaschi e stampata dalla Litografia Linassi.

 

Del settembre 1879 è il ritratto di Hermet su carte de visite del fotografo Francesco Merletta attivo a Udine.

Nel 1880 ormai anziano, Hermet si affida allo studio di Giulio Rossi, pittore e fotografo per la riproduzione del suo ritratto a stampa firmato da Gustavo Collamarini (Ancona 1827-Trieste 1894) pittore.

Francesco Hermet e i pittori: Tito Agujari e Augusto Tominz

Accanto al ritratto fotografico il quadro di Tito Agujari proprietà Civico Museo del Risorgimento in L. Ruaro Loseri, Ritratti a Trieste, 1993, p. 53

Non c'è dubbio che il pittore si sia affidato all'immagine fotografica, calligraficamente mettendo in rilievo le ombre del volto, la piega della giacca, il bottone scuro sullo sparato candido. La studiosa non fornisce alcuna datazione per cui proponiamo 1876 o 1882.

Tito Agujari (1834-1908)

 

 Tito Agujari si stabilisce a Trieste fin dagli anni sessanta dell’Ottocento, come riporta un breve articolo pubblicato su Il Diavoletto nel 1861, in cui il giornalista si rallegra che il pittore, “giovane distinto pittore di Venezia”, ha deciso di fissare il proprio studio in questa città.

 

Da quest’anno e fino almeno agli ultimi anni del XIX secolo, le recensioni che compaiono sulle testate cittadine (L’Indipendente, Il Cittadino, L’Adria, Il Piccolo e altre ancora), non mancano di lodare i dipinti di quest’artista originario di Adria (25 aprile 1834), sempre presente con le sue opere alle Esposizioni di Belle Arti ospitate nel Palazzo della Borsa e presso il Museo Revoltella o nel noto negozio di Giuseppe Schollian in Ponterosso e in Corso. Particolarmente apprezzato per i suoi acquerelli, ma richiesto anche come decoratore d’interni, Agujari predilige la pittura ad olio per gli innumerevoli ritratti di personaggi noti in città (Pasquale Revoltella, Elio Morpurgo, baronessa de Reinelt, barone de Lutteroth), gruppi familiari in interni borghesi, ma anche composizioni di genere o ritratti idealistici. La tematica della diversità etnica, identificabile con il gusto per l’esotismo particolarmente diffuso nella seconda metà dell’800, ritorna molto spesso nella produzione artistica di Agujari, com’è testimoniato appunto nelle puntuali descrizioni encomiastiche dei giornalisti che osservano di volta in volta queste «gentili e soavi figure di fanciulle, varie nel tipo, diverse di nazione, ma che nei mesti volti pensosi lasciano indovinare una identica storia di dolore.» (B., Artisti triestini, in “L’Indipendente”, 18 settembre 1886). Muore a Trieste il 16 febbraio 1908.

 

Susanna Gregorat, Biografia in “Museo Revoltella. La donazione Kurländer”, mostra e catalogo a cura di Maria Masau Dan, Susanna Gregorat. Trieste ; Civico Museo Revoltella, 2005

 

 

Sebastianutti, Francesco Hermet 1876 o Sebastianutti e Benque, Francesco Hermet post 1882

Augusto Tominz, Ritratto di Francesco Benque, 1876  olio su tela, 82x62 cm.

in Beatrice Malusà, Tra pittura e fotografia in "Sebastianutti e Benque. Storia di uno studio fotografico", p. 85-95

Confronti per la datazione con altre fotografie

Giuseppe Wulz, Augusto Tominz nel suo studio 1876 carte de visite

Giuseppe Wulz, Augusto Tominz nel suo studio 1876 formato stereoscopia

Didascalia in Giuseppe Wulz. La fotografia a Trieste 1868-1918

 

Nello studio di Augusto Tominz

La foto Wulz dello studio presenta il pittore Augusto Tominz seduto tra le sue opere, per cui è ricca di spunti che inducono a varie riflessioni.

Nel simpatico disordine si distinguono i ritratti di Francesco Giuseppe I e di Francesco Hermet del 1876; si riconosce anche il Nano Ostricaro realizzato intorno al 1842 ca. dal padre Giuseppe e conservato presso il Civico Museo Revoltella (Museo Revoltella : la Galleria d'arte moderna : la guida. Trieste : Civico museo Revoltella, 2008, p. 60). Non si riesce ad individuare nei cataloghi dedicati al pittore i ritratti della bimba incorniciata in un ovale che ricorda lo scatto di una fotografia e dell'uomo stempiato elegante, entrambi a destra in basso. Agli storici dell'arte la sfida ...

Per ritornare alla datazione dei ritratti di Francesco Hermet citiamo il testo dell'articolo riportato da Beatrice Malusà, apparso con il titolo Un ritratto in "Il nuovo Tergesteo", n. 118 (23 luglio 1876).

"... il sig. G. Schollian ha esposto nel suo negozio un ritratto dell'onorevole Hermet in pelliccia, pelliccia davvero fatta così bene che sembra strappata ad una martora superba. Questo ritratto è opera del pittore Augusto Tominz, il quale ha prodotto quasi tutte le più distinte personalità del nostro paese. Noto che in questo lavoro egli ci ha speso tutta la sua solita cura... C'é una perfetta somiglianza...". La segnalazione pubblicata sul periodico fornisce una data precisa, quindi è del tutto erronea quella della didascalia nel volume Giuseppe Wulz, inoltre non supportata da fonti è l'affermazione che lo studio del pittore si trovasse all'epoca nel Castello di Miramare.

 

Piccole digressioni.

 

Il negozio di Belle Arti del signor Giuseppe Schollian al Ponterosso era molto conosciuto a Trieste, come si legge negli articoli (periodici L'Adria, Il cittadino) che elogiano la sua costante opera di espositore d'opere d'arte. Ma anche su questa figura si apre un interrogativo, gli Schollian conducevano ben due negozi, il primo intestato a Giuseppe al Ponterosso, l'altro a nome Wendelino sin dal 1836 si trovava in Corso e del pari vi si vendevano quadri ed oggetti d'arte. Da un avviso su L'Adria del 25 agosto 1889 si apprende che dopo 53 anni "il signor Wendelino Schollian decano dei negozianti in Corso" chiude il suo negozio.

Sono padre e figlio?

 


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